Lavoriamo creiamo
creiamo lavorando

NOI DONNE del collettivo «Immagine-Creatività» - che spera nel campo delle arti visive - ci inseriamo nel dibattito sul problema donna-lavoro riportando l'esperienza del nostro specifico, che è il lavoro creativo.
Sappiamo bene che tradizionalmente la società divide il lavoro in lavoro intellettuale e lavoro manuale (separazione che passa soprattutto attraverso la scuola) privilegiando il primo rispetto al secondo, e differenziando sempre più le fasi di produzione, per cui l'elaborazione teorica, la progettazione, l'esecuzione materiale del predetto sono momenti nettamente distinti fra loro, e naturalmente è diviso allo stesso modo il lavoro di chi opera in queste tre diverse fasi.
Il lavoro creativo invece, che si attua attraverso l'intervento estetico e la produzione di immagini. vuole riunificare questi tre momenti e superare la contraddizione lavoro intellettuale-lavoro manuale.
Il momento della creazione del messaggio poetico-culturale-politico è elaborazione teorica e produzione materiale insieme; il nostro gruppo ad esempio lavora con materiali poveri, carta, legno, stoffa, lustrini, recuperando le tecniche artigiane per rappresentare dei contenuti attraverso immagini e azioni; e contemporaneamente studiano il mito, i riti popolari e arcaici, seguendo una linea ideale tracciata dall'eredità dei patrimoni culturali subalterni ed emarginati, tradizionalmente vista come folklore, e in cui noi invece riconosciamo l'autonomia culturale e linguistica, la forza d'opposizione al livellamento operato dalla cultura dominante borghese e più specificamente patriarcale.
Il concetto di «creazione artistica» è tipicamente maschile, in quanto è in contraddizione con la capacità di «creazione biologica» della donna attraverso la maternità. Incapace di procreare, l'uomo attribuisce a sé la facoltà di «concepire» opere d'arte, teorie filosofiche, sistemi di pensiero etc. producendo oggetti, messaggi, idee, linguaggi attraverso i quali consolidava o metteva in crisi la cultura e la visione del mondo della classe dominante.
in ogni caso, la donna è stata esclusa quasi completamente da questa operazione: l'uomo ha creato il mito dell'«artista» al di sopra o al di fuori di tutti; che «crea» opere che vengono poi consacrate in templi cane gallerie d'arte, musei, accademie. Accanto o dietro di lui c'è il critico, che attraverso un appropriato uso del linguaggio, avvalendosi di termini specialistici e un gergo da «addetti ai lavori» si attribuisce la capacità di individuare la personalità artistiche più significative, appoggiando la formazione di movimenti e avanguardie, senza preoccuparsi di colmare, anzi accentuandole; il divario tra avanguardia e domanda culturale di base.
Così facendo, non ai è mai potuto distruggere il mito dell'«incomprensibilità» dei linguaggi nuovi, mito che ha una spiegazione: le avanguardie storiche si sono poste sempre in posizione di rottura netta con la società a loro contemporanea e coi codici culturali che essa si era costruiti e che gestiva; non c'è stato quindi in esse un programma di asocialità, ma di contrapposizione e di provocazione rispetto a certo assestamento culturale.
La violenza - della rottura del segno convenzionale provoca spaesamento e disagio nel pubblico, e il mito dell'incomprensibilità nasce allora dal tentativo del potere di neutralizzare questi segni rivoluzionari, facendoli credere e presentandoli come astrusi e «incomprensibili» per annullarne la forza dirompente.
I circuiti ufficiali attraverso cui è organizzato il mercato dell'arte, i critici tradizionali, i galleristi, etc., non hanno fatto nulla per combattere questo stato di cose, anzi tutto ciò era necessario per la formazione di elites, circoli chiusi composti da galleristi, critici, «artisti» e collezionisti. Le strutture istituzionali cioè enti locali e statali, scuole, diverse forme di associazionismo di base, partiti e movimenti politici, non hanno la volontà sufficiente a stabilire un rapporto corretto - anche nel senso di rapporti economici che diano mezzi e spazi - con questo nuovo tipo di operazioni culturali.
Per le donne operatrici visive c'è la doppia emarginazione: quella dell'essere danna, con un patrimonio di cultura, cioè linguaggio e immagini «nostre» sempre negate e represse ed ora ritrovate e da comunicare, e quella dell'essere «artista», ma non nel senso tradizionale e bohemien del personaggio scomodo. che sta al di fuori delle regole e vive d'ispirazione, che fa comodo al potere e non rompe le scatole a nessuno.
Perciò va combattuta la politica culturale attuale, la committenza tradizionale, privata e pubblica, cercando un collegamento reale col territorio che unisca Il momento spontaneo di partecipazione all'evento artistico a quello della discussione sui temi che le nostre operazioni propongono, e cioè il superamento della millenaria condizione di subalternità della cultura delle donne, e il capovolgimento dei miti patriarcali.

Collettivo «Immagine-Creatività»:
Ela Caroli, Rosa Panano, Bruna Sarno, Anna Trapani.


...Perciò noi riandiamo a questa sua scultura figurativa come se muovessimo verso la conquista di una seducente incarnazione di metafore antiche che più tali non sono e che nelle implicazioni di tutto un riconoscibile nasconde anche lo straordinario concentrato di una oggettiva umanità. La forma si adegua, lo spirito si dissolve, l’atmosfera ne afferra l’utilizzo più soggettivo? Non importa. Il necessario è che la scultura conservi questa possibilità di esprimerci relazioni varie di coscienza e di vita, di antico bene e di perduto amore, di linguaggio che è sempre puro nell’immensità di tutte le sfumature, con l’iperbole ed il metaforico, l’icastico ed il sineddotico e, sempre, con questa continua espressività di cultura nota ed ignota, comunque mai surreale e sempre possibile nel contesto della sua affermazione. La scultura della Panaro, nella gamma che si presenta molto vasta nel suo sistema applicativo, per questo, anche quando è divenuta pop, è rimasta quel che in partenza è sempre stata; ed il recupero di un bello, di un concentrato di utilizzo, di una edita bellezza, non è che un momento di un rimando culturale verso una purificazione ed una lievitazione di un rapporto tra l’uomo e la realtà, tra la persuasiva parvenza del presente e la forza di un passato, il riferimento al perduto e al conquistato, con volontà a sempre incidere, a sempre persuadere su quel che è e su quel che è stato. In questo senso è molto significativo il valore di questa scultura che conviene esaminare ancora in un ultimo aspetto, anch’esso non meno indicativo, quello sociologico o anche anagogico, in verso più lato. Qual è questo riferimento, certamente non ultimo? Un insegnamento, quello che ci viene dalle posizioni avanguardie. E se l’uomo perde il contatto con la realtà? E se da questo reale egli non sa ricavare il motivo alla vita? Ecco dunque al ritorno ed al rimando a quella prima scultura degli anni Sessanta: nell’idealità dell’uomo che amava allora, inconsapevole di certi fatti avvenire, cercar rifugio nel mito, certamente migliore degli illusori sogni: cose che ha sempre fatto con i totem e le lische, i frutti di mare della terra, con Pandora e l’ultima Lilith, donna - madre, donna - pensiero, donna - luna, dando credito ad una teatralità di vita con storie e presenze di allegorie e metafore.
La scultura della Panaro, così esistenziale in questa quasi mummificata prodigiosità, ci pone questa credenza, del resto veritiera.

Mario Maiorino


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