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ANTONELLA STEFANUCCI
- SECONDA PARTE -

La tua Lilith è giustamente un angelo caduto dal cielo, un angelo scacciato, come lo sono spesso le donne in questo mondo di artisti maschi e maschisti. Essa è un misto di speranza e di incubo. Tutte cose che appartengono al tuo io, né più, né meno della salamandra, che riesce a camminare tra il fuoco senza bruciarsi. E che altro hanno fatto le donne, dopo i roghi della Santa Inquisizione, per secoli; costrette a vivere tra i fuochi delle oppressioni, delle critiche, dei soprusi e delle emarginazioni?
E' chiaro che tu vai gettando le tue briciole, briciole di "pane dell'arte". come sono le tue salamandre e i tuoi gechi, per ritrovare nella foresta delle difficoltà esistenziali il sentiero per uscirne e quindi poter infine volare liberamente, non con le ali della speranza interdetta e coartata di Lilith, ma con quelle delle farfalle che hanno, sì, vita effimera, ma costituiscono soffi di primavera e vanno di fiore in fiore a suggere linfa, magari sporcandosi le ali di polline, come avviene con i colori agli artisti.
Il tuo è un discorso autobiografico. Almeno così io lo vedo. Una sorta di confessione delle tue aspirazioni e dei tuoi desideri. E siccome nessuno di noi è tutto e solo buono, come non è tutto e solo cattivo, nella tua confessione emerge di tanto in tanto il mostro, metafora del desiderio di vendetta che cova in te. Non credere che non l'abbia capito. Quella Colomba incinta che viene dall'Amazzonia è il tuo modo di concepire l'Arpia, cioè la oggettivazione del tuo segreto desiderio di turbare i sonni, e non solo i sonni, a chi non ti apprezza e ti fa soffrire.
Ma quel che più mi intrica nella tua scultura è che tutte queste cose tu le dici col sorriso sulle labbra, con la gaiezza del napoletano che sa soffrire e sopportare in allegria, come Pulcinella, che appunto per questa sua peculiarità è divenuto un simbolo di napoletanità.
Che dirti d'altro?
Continua a lavorare come fai, giocosamente giocando con i tuoi sentimenti ed i tuoi fantasmi interiori. L'arte è anche gioco. E guai se non lo fosse. Tu lo sai e lo capisci. I tuoi colleghi napoletani spesso lo dimenticano, e perciò si fanno la guerra tra di loro.
Mi dispiace non poter essere alla tua serata del 6 marzo, perché queste cose mi sarebbe piaciuto dirle in pubblico, per vedere la faccia dei tuoi amici e nemici.
Comunque, se lo credi, leggi questa mia in quell'occasione. So che tua figlia recita. Dai quest'incombenza a lei. E chissà che, così facendo, seppur fisicamente assente, non possa partecipare anch'io al teatro d'arte della della serata a te dedicata.
Un cordiale saluto e un convinto augurio di buon lavoro.

Giorgio Di Genova


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