Anna Maria Pugliese, ama vivere a Napoli, sua città natale, che sente propedeutica all'ascolto di quella necessità interiore di pienezza di vita e di essere.
Fin dagli esordi, l'analisi della struttura simbolico-cognitiva, custode della memoria arcaica, di cui è parte quella segnico-linguistica, costituisce il tema dominante di una ricerca, interdisciplinare e multimediale, articolata sulla riflessione tra arcaismo e contemporaneità. Finalizzata ad una disamina sociale (antropologica), modulata sul linguaggio del corpo quale topos di identità soggettiva e oggettiva.
Rielaborati, i principi teorici di Punto linea superficie e di Lo spirituale nell'arte in cui, Kandiskj teorizza un'arte finalizzata allo sviluppo e affinamento dell'anima. Intraprende, agli inizi degli anni ottanta, uno studio sulle lettere dell'alfabeto e i segni di interpunzione. Forme di conoscenza simbolica, che liberate da ogni contestualità discorsiva si trasformano, nell'opera pittorica e/o in quella scultorea, in segmenti di attenzione che inducono a partecipare allo svelamento semantico. Attivando una cellula fotoelettrica, nel primo caso: Com/posizione segnica, 1983 (M. Picone Petrusa, La Pittura Napoletana del '900, p.p.115/ l16, Franco Di Mauro Editore, Napoli, 2005). Nella scomposizione di due piramidi sovrapposte, nel secondo. Teche da aprire, per capire che i segni d'interpunzione, in oro, sulle nere pareti della piramide interna a quella trasparente, sono simboli da indossare: gioielli. Sculture da corpo, che riconducono al corpo, quale archetipo del logos. E all'artista, come mediatore tra la realtà sensibile e i diversi modelli di lettura che di questa esistono. Tematica sulla quale s'innerva, con molteplici livelli di approfondimento, la ricerca che tuttora motiva la sua esperienza est-etica.

Dalla seconda meta degli anni '80, lavora sulla percezione sensoriale della materia, sentita come azione proiettiva e sintonica al disgelarsi delle emozioni inconsce, che si rivela in opere esposte, nel 1986, al Grand Palais di Parigi (nella rassegna "Jeune Peinture", a cura di G. Serafini) e, nella personale "Open Fiction", Galleria "Centro Sei" di Bari, (curata,nello stesso anno, da F. Menna). Nero, bianco, rosso, i colori usati.
Colori alchemici. Simboli degli stadi trasformativi della materia e/o dell'anima che, nella ricerca sulla sezione aurea, diventano elementi strutturali di opere rarefatte in segni minimi. Presentate nella "Galleria 365" di Berlino, nel 1988, e al Palazzo dei Diamanti di Ferrara ("Il Gioco delle Parti", a cura di M. Vescovo, 1990). Rosso e Nero. Verticale e orizzontale. Ferro verniciato per una scultura, costruita sulla sintesi, per esprimere il passaggio dalla nigredo alla rubedo. Dall'assenza alla pienezza dell'essere. Archetipo di crescita interiore e di sguardo verso il mondo che si evidenzia nella scelta di abitare l'opera, mediante l'auto-ritratto: identità somatica e storica. Per un dialogo, con il mondo esterno all'opera che rimanda all'arte come libero esercizio ontologico e, spazio privilegiato di comunicazione.

Negli anni '90, inizia una sperimentazione multimediale, finalizzata alla fusione dei diversi linguaggi, in quanto frammenti primari di un metalinguaggio. Evidenziando una tensione a violare lo spazio dell'opera, per attuare una operazione estetica nello: Spazio-Opera. Modulato da oggetti-concetti,espressi con materiali e tecniche diversi: video, foto, elementi naturali e, la parola - interrogazione filosofica e poetica - che si evidenzia in "Eros" del 1977, all'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli, (a cura di A. Trimarco). Dove, struttura lo spazio espositivo in quattro stazioni comunicanti tra loro. Evocative, dei quattro stadi della struttura quaternaria e/o delle quattro fasi evolutive della coscienza, secondo la teoria junghiana. Viaggio interiore, suggerito da un percorso definito dalla plurisensorialità delle sollecitudini: luci, ombre soffuse, suoni, oggetti, proiezioni e immagini elettroniche, tra cui: Eros, (video presentato nel 1999, all'Università Statale di Kemerovo, Russia, a cura di Syberia Nova Cultura Center). E nel 2001, a "Le Tribù del Video e della Performance" a cura di C. D'Avinio per "Le Tribù dell'Arte" (curatore generale A. Bonito Oliva, Mediateca della Galleria Civica e Contemporanea di Roma), un albero di ulivo naturale, capovolto e una perla. Simbolo di Eros, come la rosa rossa utilizzata in (Phisis,1999). L'albero, icona utilizzata come ready-made, taglia trasversalmente l'indagine del reale, fin dal 1984. Anno in cui, in occasione de "il Fascino della carta" Palazzo ex Stalloni di Reggio Emilia, (a cura di R. Chiessi), appende a un albero del giardino: punti esclamativi e interrogativi, in carta Federigoni. Utilizzati anche per la creazione di 1500 gioielli di carta e, per una performance articolata sul lancio dall'aereo degli stessi segni, per invadere con forme allusive alla certezza e al dubbio, la città. Azione empatica, che lascia intravedere il percorso esplicitato nella mostra al Suor Orsola e nella performance Cista Mistica eseguita allo Studio Oggetto di Milano, nel 1988, per "I libri dell'arte" (a cura di F. Gualdoni).

Nella quale, incide a fuoco la parola Eros sulle pagine centrali di un libro-scultura in cera, che al contatto con la penna a fiamma ossidrica, lascia defluire l'acqua contenuta al suo interno. Espressione della reciprocità simbolica tra parola e acqua. Energia vitale-Eros, in senso Beujsiano. Traslazione semantica, indicativa della volontà di coniugare il simbolico al semiotico. Disabitando, attraverso il gesto globale della performance, il corpo dal suo essere carne per riconoscerlo spazio dell'essere. Spazio del se, in rapporto al mondo: alla Natura. La Natura ,nella seconda meta degli anni '90, diviene spazio d'elezione per la ricerca di un'identità primaria. Nella Savana Africana, la passione filosofica si trasforma in comprensione analogica delle omologie esistenti tra il sistema parziale: corpo e il sistema totale: universo. Solo in quei luoghi. E a Praslin. L'isola degli esperimenti artistici di Beuys, interiorizza: Deus Sive Natura e Homo Pars Naturae, di Spinoza. Fino a comprendere che il sé: l'identità esistenziale, nasce dal ri-conoscere l'ancestrale empatia uomo-Natura.

E in OB, realizzata nel Real Bosco di Capodimonte a Napoli, per "Il Bosco Sacro dell'Arte" 1998, (a cura di A. Trimarco) ne attua una rilettura in chiave minimale, connessa, fin dal titolo, all'oblomovismo. L'azione prossemica che l'installazione induce, rinvia a una fruizione attiva dell'opera. Ad un capovolgimento (OB) della dis-armonia a se stessi e al fluire della vita. E la Natura è il soggetto principale del conoscere e del conoscer-si. Immagine dell'osmosi originaria, nella quale il corpo è immagine polisemica. E la mano, codice sapienziale. Motivo di una serie di opere, esposte in ("Countdown", "Avant Premieree", "Opening", Art Gallery Studio Oggetto, Bruxelles, nel 2001, 2002). E della performance Il corpo dell'arte con R. Carpentieri e P. De Martino, eseguita in apertura della mostra "Kerigma". Modulata sull'intreccio tra linguaggio, credenze religiose e scelte alimentari: cuore dell'identità culturale. Presentata, nel 2002, negli spazi del Forno Medioevale di Villa Rufolo a Ravello, (a cura di F. Galdieri). Lavori allusivi alla funzione della memoria, quale strumento per la reificazione del presente. Esposte, nello stesso anno, a Bagdad, ("12° International Festival for photografic pictures", Saddam Center) e, in permanenza, dal 2006, nella collezione della Scuola di Specializzazione in Storia dell'Arte, dell'Università degli Studi di Siena.

L'impatto con il deserto iracheno e Babilonia, apre squarci di approfondimento sull'antica parentela culturale tra Oriente e Occidente. Implicita nella primitiva condivisione di un sistema simbolico, espressivo della sacralità degli alberi e dei grafemi. Genesi della sintesi tra pensiero e immaginazione che, nel calendario silvestre: archetipo dell'invenzione del tempo e delle lettere dell'alfabeto, testimonia dell'estro e del talento umano. Rielaborato esteticamente, nell'esposizione incentrata sui meccanismi della visione, come attività creativa della mente: "Quoad Vides?". Installata nella Sala delle Prigioni al Castel dell'Ovo di Napoli (a cura di D. De Kerckove e F. Galdieri, nel 2003). Sala scelta in quanto, memore di privAzione, concettualmente assimilabile a quella della mente, quale thopos dell'anestesia del vedere. Dove, in armonia con le suggestioni del luogo, configura un percorso caratterizzato da frammenti emozionali: visivi, verbali e sonori. Nel quale, l'anamorfosi della sua immagine è pretesto per una dimensione individuale dell'esperienza. E, indizio speculativo sulla deriva della coscienza e la memoria dimenticata del nostro tempo, orfano di valori e significati. La parola, voce del trasfigurarsi della coscienza che, nel gesto verbale, rivela la propria concezione del mondo, sul finire degli anni '90, è gesto estetico di speculazione problematica sulla realtà contemporanea, nelle parole-opere, scolpite con la luce, nell'istallazione al Castel dell'Ovo di Napoli. Semantico, in Cad Goddeu, il combattimento degli alberi, performance con G. Pezzini, Galleria Civica e Piazza Duomo, Siracusa, 2003, (a cura di E. Gluckstein). Poetico-sonoro in: G. Fontana, La voce in movimento, vocalità, scritture e strutture intermediali nella sperimentazione poetico-sonora, con C.D. Edizione Harta Performing & Momo, Monza, 2003. Poetico performativo: Vivas, video-performance, in " Videoevento d'arte 2002", a cura di Fondazione Italiana per la Fotografia, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, 2002.

Dal 2000 al 2002, sperimenta il passaggio dalla installazione inanimata del linguaggio dell'arte, a quella animata del linguaggio teatrale. Collaborando con R. Carpentieri a "Museum", Certosa di San Martino, Napoli. Nel 2004, presenta un'installazione parziale della mostra di Napoli a Bruxelles, nella Art Gallery Studio Oggetto. Esposta in permanenza, dal 2005, nella hall del Consiglio Regionale della Campania. E partecipa alla rassegna "Palme e Palmizi", Museo d'arte Contemporanea di Teheran, (a cura di J. Capriglione). Nel 2005 è invitata a " Biennhal7" Shariah Art Museum, Emirati Arabi Uniti. Con lavori articolati sul rapporto di scambio tra l'io e il mondo e/o coscienza intersoggettiva. Nucleo concettuale anche dell'installazione "Born to create" per Wonder Woman, Città della Scienza, Napoli, 2006. Configurata sulla dicotomia tra ri-proposizione del modello sapienziale della coscienza collettiva e la condizione isotomica attuale che produce la pietrificazione della volontà di essere. Opposizione tra passato e presente, per enfatizzare il simbolismo iconologico e iconografico della conoscenza, simbolicamente espressa da immagini femminili, nell'accezione Junghiana di rappresentazione di vita animica, di guida verso il proprio mondo interiore.


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