
(In copertina: 21 novembre 1919: E.A. Mario e Adelina, sposi felici)
DA «E.A. MARIO: POETA D'ITALIA»
UNA RICERCA INEDITA DI BRUNA CATALANO GAETA
Sul dualismo anagrafico di mio Padre: 1884 nasce Giovanni Gaeta, 1904 nasce lo pseudonimo E.A. Mario, mi e venuto sotto gli occhi un articolo che Papa scrisse nel 1910 su una rivista di quell'epoca che s'intitolava "Santa Lucia, cronache napolitane d'arte e di vita", la cui testata era del pittore Francesco Galante e il primo numero usci il 30 marzo 1910.
Poiché mi sembra appropriato lo riporto dal libro di famiglia n. B1, donato alla Biblioteca Nazionale di Napoli - reparto Lucchesi - Palli:
Intervista con me stesso.
Wladimiro Korolenko, nella
recente opera: "L'Impero della Morte" edita da la "Società Libraria Nazionale"
di Roma, fa dire a un morituro - leggi destinato alla forca: "Vorrei per un
giorno rimanere solo con me stesso, ma non e possibile". Oh, non e proprio
necessario essere morituri per trovarsi in tale impossibilita. Non son troppi
quelli che riescono a ritrovare se stessi: pochi ci riescono per qualche momento
e lasciano trascorrere questo momento nel guardarsi stupiti faccia a faccia con
la propria anima; pochissimi, infine, ne profittano per dare la stura a un
dialogo intimo: pochissimi e fortunati.
E fortunato sono stato anch'io stavolta, perché ho intervistato me stesso con la
massima disinvoltura, con la sfacciataggine - anzi - del reporter pin petulante
e americanizzato che sia sbocciato all'ombra del patrio giornalismo:
Gaeta:
Sei tu E.A. Mario?
E.A. Mario:
Come tu sei pubblicista...
Gaeta:
Pubblicista... no... Io non so essere nulla; ma mi
piace di fare un po' di tutto, e perciò ti ho lasciato vivere tranquillamente.
E.A. Mario:
Oh! Ecco il mio protettore! Tu sai bene che di
nulla ho conservato: sei troppo idealista, fratello mio... Ricordo che una volta
chiamavi il "cuore" carduccianamente "vil muscolo nocivo"
e cantavi come un Omero in ventiquattresimo, tutto fuoco ed impeto, e
scaraventavi endecasillabi e novenari sui vigliacchi d'Italia che ti ignoravano
- in nome di Garibaldi prima, di Mazzini poi, di Carducci infine... e poi?
Facesti anche un po' l'internazionalista e simpatizzasti con Gapony e Gorki.
Ebbene? Che accadde? Spendesti parecchie lire per poemi che son rimasti senza
lettori, mentre io, con pochi versi di "Cara mamma" ti portai quindici lire
sonanti...
E.A. Mario
Marzo, 1910
PREFAZIONE
L'editore Rodolfo Rubino, dopo aver dato alle stampe in
aprile il libro di mio Padre All'insegna della Sirena (che aveva visto la
luce nel 1930 e da tempo esaurito) sta tentando, con una caparbia decisione, di
rendere realizzabile ciò che per anni era stato un mio desiderio filiale mai
concretizzato, nonostante gli incredibili riscontri con valide società
editoriali da me più volte intrapresi per pubblicare con fondate documentazioni,
la poliedrica Arte di mio Padre.
L'editore Rubino ha in corso la pubblicazione di 'A storia d' 'o core, a
cui ha deciso di allegare questa mia prefazione e sta cercando di ricostruire,
pezzo per pezzo tutta l'opera di E.A. Mario.
Il mio incontro con questo Editore, grazie a Dio, è stato quanto mai
gratificante, poiché, essendo il decano degli editori napoletani, svolge la sua
attività con rigore professionale ed è – per conseguenza – all'avanguardia di
tutti i movimenti culturali che cercano di rivalutare quelle tradizioni ormai
desuete, relegate da tempo dalla critica. Ed io sono infinitamente grata
all'editore Rubino che fa del suo lavoro una missione per divulgare, soprattutto
con sacrifici economici, l'arte per l'amore dell'arte con la dignità scaturita
dalla sua profonda cultura; per cui coloro che leggono le sue pubblicazioni, le
trovano curatissime sotto tutti i punti di vista.
C'è un movimento culturale, denominato "L'identità italiana", formato
da molti scrittori storici, filosofi, opinionisti etc. che esprimono, attraverso
i loro scritti, concretizzati da ricerche storiche sul primo ventennio del
secolo scorso, le loro valutazioni, il loro interesse anche per alcuni
personaggi tra cui E.A. Mario. Fortunato Minniti, per esempio, nel suo libro
Il Piave, pubblicato dalla casa editrice "Il Mulino" di Bologna nel 2000, si
è minuziosamente informato su mio Padrel, attraverso i suoi libri, i
suoi poemetti, le sue canzoni e lo descrive "un autore napoletano nel quale,
leggendo le sue canzoni scritte durante la prima guerra mondiale si nota che ha
una totale assenza di spirito bellicoso, mentre è accentuata la vena malinconica
scaturita dall'atrocità della lotta bellica, per cui ne Le rose rosse l'autore,
dopo aver visto un giardino del trevigiano, nei pressi delle trincee, pieno di
rose bianche macchiate di sangue per uno scontro tra gli eserciti, in quel luogo
grida "Ma le rose rosse, no, non le voglio veder".
La complessa vicenda umana di E.A. Mario, la sua inarrestabile vena
creativa, spesso alimentata da trascendenti entusiasmi, stimolati da
affascinanti desideri che rendevano concrete le sue potenzialità artistiche
senza cerebralismi, o, per converso, la sua anima a volte sconcertata per
un'improvvisa sofferenza spirituale che lo turbava nel presentimento di qualcosa
di indefinibile che lo colpiva senza poter prevedere né prevenirne la causa,
erano alcuni dei poliedrici aspetti di questo straordinario artista.
"Egli pensava e scriveva niente di diverso da quello che pensava" come lo ha
descritto con profonda intuizione Fortunato Minniti2, e lo confermo
io che gli sono stata vicina nei primi quarant'anni della mia vita.
Riflettendo su quanto sto per esporre, mi sono resa conto che mio Padre ha
vissuto tutta la sua esistenza "studiandosela" giorno dopo giorno e
trascrivendone, in forma epistematica, tutto ciò che stimolava la sua "curiosità",
come un diario da compilare, registrando fatti (o avvenimenti) degni di nota
sotto le più svariate forme: poesie, novelle, drammi, canzoni, articoli etc. Se
prendiamo per esempio La leggenda del Piave3 ci possiamo
rendere conto che le quattro strofe che la compongono non sono altro che lo
studio accurato e meticoloso di uno storico che "in quell'epoca, in quei
giorni e in quegli anni" trascrisse, "dall'inizio alla fine" lo
svolgimento di quel doloroso evento che colpì la nostra Patria nella prima
guerra mondiale dal 24 maggio del 1915 al 4 novembre 1918, e che lo stesso
Minniti annota alle pagine 69, 70, 104 e 105 del suo libro:
Cunfessione
(Maria)
«I' mme cunfesso e nun mme metto scuorno...
mme cunfesso senza confessore.
nun parlo pe' me, ca 'o penitente
nun songh'io ma stu core...»
Il suo cuore, assetato d'amore e di desiderio straordinariamente passionale era diventato schiavo e impotente a reagire, vittima designata di quella donna lasciva che, con sottile perfidia, lo dominava senza pietà... Se tentava di ribellarsi per i suoi continui tradimenti, ancor più veniva trascinato nei gorghi della gelosia dall'empietà di colei che spudoratamente lo faceva anche denigrare dai suoi amici di un tempo:
«E mme pare 'e vedé n'ommo ca ride.
Ride e mme dice: "E comme? Ancora 'a pienze?
... I' ll'aggio avuta p' 'o capricce 'e n'ora:
ll'aggio pavata e, po', l'aggio lassata...
tu t' 'a piglie ancora?»
Costei per poco non gli costò la vita!
E intanto, in quel periodo così funesto, il suo estro lo trasportava nelle sfere
più impensate e sublimi della creatività poetica e musicale: fu per lei,
infatti, che compose canzoni bellissime in dialetto e in lingua come:
Cunfiette
per quanto riguarda questa bella vicenda d'amore, coronata da
un felice riuscito matrimonio, mi affido ad alcune pagine del mio libro: E.A.
Mario. Leggenda e Storia (ed. Liguori, Napoli 1989).
«Nell'agosto del 1919 E.A. Mario puntualmente fece l'Audizione delle sue canzoni
piedigrottesche in un teatro napoletano. Nel nuovo repertorio c'erano: Le
rose rosse, (no, le rose rosse, no non le voglio veder, non le voglio veder!),
'A legge, Vipera, Tarantellona, e fra le altre canzoni Santa Lucia
luntana, presentata direttamente dal suo Autore.
L'affluenza del pubblico fu travolgente e, oltre a critici, autori e
giornalisti, in una di quelle serate si vociferò in palcoscenico che Eduardo
Scarpetta, con alcuni artisti della sua compagnia d'arte, era tra il pubblico. E
fu così che – nell'intervallo tra la prima e la seconda parte dello spettacolo –
E.A. Mario andò a salutarlo. Scarpetta, nel fargli i complimenti espresse il
desiderio di presentarlo ai suoi compagni di lavoro e, fra gli altri, a Leonilde
Gaglianone, che, con la sua figliuola Adele, stava in un altro palco. L'attrice,
oltre ad essere una bella e brava signora, era la nipote di Gennaro Di Napoli e
di Marietta Del Giudice: apparteneva, cioè, ad un gruppo di celebri artisti (il
Nonno, per la cronaca era "Raffaele di Napoli", denominato 'o guappo del S.
Carlino, le cui fotografie e la relativa biografia sono esposte nel Museo di
S. Martino) e, come i suoi illustri parenti, aveva anch'essa un
grande talento artistico. Da anni, fiancheggiata da Gennaro Pantalena, Gennaro
Di Napoli, Eduardo Scarpetta, Della Rossa, Galloro, Gherardi ed altri, dominava
le ribalte del "Teatro Nuovo" e del "Teatro Fiorentini", convogliando al
successo tutto quanto di valido offriva il repertorio dialettale, senza mai
cedere alle lusinghe del "posciadismo" di cui provò sempre disgusto.
Fra gli autori di commedie che ne esprimevano lodi e compiacimento ricordiamo
Roberto Bracco, Salvatore Ragosta, Eduardo Pignalosa e Salvatore Di Giacomo, del
quale rappresentò, oltre a
E mo, ca v'aggio ditto 'e fatte 'e ll'ate,
ve conto pure 'o mio: comm e, ca, insomma,
nude ce simmo spusate.
Cupendiello — 'o sapite a Cupendiello?
chillo ca mena 'a frezza e coglie 'o core
comme fosse n'auciello,
quanno se trova 'e genio, ve cumbina
'na botta ddoje fucétole5: E ll'ha fatto
cu' mmico e cu' Adelina.
E, giacché simmo state signalate,
simmo sagliute ncopp"o Municipio,
e ce simmo spusate!
Eduardo Scarpetta, goloso e tradizionalista, protestò polemizzando in versi sullo stesso metro:
Amico mio, cu sta spusella toja,
E da questa diatriba fu abbozzata dallo Scarpetta una commedia il cui titolo chilometrico era: "Tetillo ntussecato da 'na bumbuniera de carta mannata da nu poeta ca ha vuluto fa nu spusarizio a vierzo sujo".
La caduta
La fine dell'anno
1957 fu funesta per la casa di E.A. Mario: il 18 ottobre morì la carissima Donna Leonilde, che lasciò sgomenti la figlia, il genero che l'amò come una madre, le nipoti con i consorti e i pronipoti che l'adoravano. Fino all'ultimo momento della sua vita aveva conservato una mente lucidissima, ed era, per il suo carattere sempre allegro e conversevole, la gioia di quella famiglia: E.A. Mario scherzosamente la chiamava: "'A gnora mia! ". Otto giorni prima di morire per alcuni amici che erano venuti a renderle visita, aveva recitato uno stralcio di "Assunta Spina". Lasciò un vuoto incolmabile! In quello stesso periodo E.A. Mario aveva ottenuto dalla Rai una rubrica, curata da Rosalba Oletta: "Il taccuino di E.A. Mario". Egli andava e veniva da Roma, per registrare le puntate, che, trasmesse, erano riuscite gradite agli ascoltatori; non gli pareva vero di svolgere questo lavoro, anche se – a volte – i suoi slanci artistici venivano imbrigliati da esigenze tecniche di trasmissione. Pareva che tutto dovesse filar liscio, quando, in un fatale pomeriggio di fine novembre, inciampò per Via Foria, a Napoli, cadde e gli s'incrinò il femore sinistro. Ebbe la forza di tornare a casa, al Viale Elena 30, e si afflosciò tra le braccia della moglie atterrita!Un
"duo" de tendresse en décideràMarivaux
Ll'ultimo cunfietto
— Ma tu si' 'a sposa! E 'a sposa è nata cosa
ll'aggio turnato a di' —: si 'a vita è brutta,
'a fa culor de rosa.È 'a cumpagna 'e viaggio, 'e nu viaggio
ca dura ll'anne sane, addò ca attuorno
pare ca è sempe maggio!Passano ll'anne, e 'o core nun 'o vvede:
so' diete, vinte, trenta, quarant'anne?
Ma 'o core nun 'o ccrede!E, si 'a Morte vo' fa' na bella cosa,
se piglia a tutt' 'e dduje, ca so' rimaste
ancora "sposo" e "sposa"!
Sei mesi dalla dipartita di Adelina, e precisamente il 24 giugno del 1961, alle ore 15,30 del pomeriggio, l'adorato sposo, il "suo Mario" che Lei aveva tanto raccomandato alle figlie disperate la raggiungeva nell'eterna Patria del Cielo; per gli imprescrutabili segni del destino Giovanni Gaeta morì nel giorno del suo onomastico, nel 47° anniversario della vittoriosa battaglia del Piave e, così, come se l'era augurato nel 15° confetto della sua ideale bomboniera...
E, si 'a Morte vo' fa' na bella cosa,
se piglia a tutt' 'e dduje, ca so' rimaste
ancora "sposo" e "sposa"!
E così fu!
Figlie
(Raffaele)
...Bella è 'a mugliera ca mm'aggiu pigliata.
Ma, chisà comme, addeventanno mamma,
cchiù bella è addeventata! ...
... Che catena so' 'e figlie! Poche juorne
luntano 'a lloro nun resiste: è 'o sango
ca t'attira, e tu tuorne! .. .... Po' vene 'Ammore... So' crisciute, e comme!
So' crisciute, e 'a famiglia pure cresce:
ati fface, ati nomme...
... E succede accussì — pare nu suonno,
nun pare verità — ca, ditto nfatto,
piglie e addiviénte nonno...
Qui l'editore ha voluto che ricostruissi la storia della mia famiglia in quattro generazioni che da Pellezzano, fiorente e felice cittadina del salernitano, venne a Napoli per poi ritornare alle origini.
Pellezzano (Salerno) - Napoli e
ritorno alle origini.
Storia di quattro generazioni
Tra Pellezzano e Napoli, per imprescrutabili segni del
destino, nella storia della nostra famiglia c'è stato una specie di gemellaggio,
una .predestinazione secolare, di attrazione magnetica, un iter lungo e
complesso di "andata e ritorno", stimolato da eventi imprevedibili, con un punto
di partenza salernitano, una emigrazione a Napoli e, dopo un sessantennio, un
ritorno alle origini.
La vicenda si svolge inizialmente tra Pellezzano e Mercato San Severino (due
comuni salernitani) e, approssimativamente, intorno alla prima metà del 19°
secolo.
Tutto nasce da una tenera storia d'amore tra Michele Gaeta e Maria Della Monica,
che, per la prima volta s'incontrano durante una passeggiata domenicale, vicino
a una fontanella e s'innamorano; e benché giovanissimi entrambi, giurano che non
si lasceranno mai.
Ma i loro propositi vengono contrastati dalle rispettive famiglie, che, ognuna
per conto proprio, destinano i loro figli ad altre persone. Dopo vent'anni essi
si ritrovano entrambi vedovi e senza figli: l'amore che li aveva legati tanti
anni prima si riaccende, e, finalmente si uniscono in matrimonio il 10 novembre
1874 nella chiesa parrocchiale di Pellezzano: le nozze sono benedette dal
Parroco Domenico Fumo (protocollo n° 422). Queste felici nozze danno alla ormai
anziana coppia la gioia di una insperata figliolanza: Agata, Anna e Francesco:
però sorgono le prime preoccupazioni finanziarie, in quanto la modesta rendita
di quei pochi poderetti di proprietà, dai quali la famiglia Gaeta trae
sostentamento, diventa insufficiente: i bambini crescono, dovranno andare a
scuola, ci saranno spese di libri e di vestiario: come fare? Ed ecco che i due
anziani genitori decidono di vendere i loro poderetti e di "emigrare" a Napoli,
e in questa città dove si sono trasferiti, in un quartiere povero della
periferia, alla sezione Vicaria, in Vico Tutti i Santi 66, comprano tre
stanzette a un primo piano e due terranei a livello stradale con lo scopo di
aprire al pubblico una merceria e una bottega di barbiere, "inventandosi" due
mestieri: lei merciaia e lui barbiere, per guadagnarsi, per amore dei figli,
quel tanto da vivere.
Ed a Napoli, il 5 maggio 1884 nasce da questa coppia un quarto figlio: Giovanni.
Con loro vive un fratello di Michele, zio Agostino, che ha seguito anche lui
questa famiglia, emigrando da Pellezzano a Napoli: analfabeta, malaticcio, ma
d'indole buona e paziente, aiuta il fratello e la cognata facendo da "balia" ai
nipoti, che intanto crescono e vanno a scuola, e specialmente al piccolo
Giovannino, che un giorno, quando diventerà un poeta e musicista famoso, lo
ricorderà con una delle più belle e commoventi poesie che il suo estro di
artista saprà suggerirgli.
Di questi quattro figli, Agata e Giovanni mostrano evidenti segni di una
straordinaria intelligenza, anzi è proprio lei che fàrà da maestrina al
fratellino, che, con grande soddisfazione comincia a leggere, a scrivere e "a
far di conti". Agata si diploma alle scuole normali, e frequenta amicizie di
studenti seri ed impegnati, tra cui il giovane Enrico De Nicola che da Torre del
Greco è venuto a Napoli per laurearsi in giurisprudenza (e che nel 1946
diventerà il capo provvisorio della Repubblica italiana, ovvero il 1°
presidente).
I due giovani si stimano entrambi ed anzi il neo laureato consiglia ad Agata di
proseguire gli studi all'università e di laurearsi. Ma i genitori di lei si
oppongono, perché, a parte la loro impossibilità economica a mantenere la loro
figlia agli studi, considerano scandalosa questa proposta: infatti, riferendosi
al tempo di questa storia, le donne dovevano rimanere analfabete, altrimenti, a
un primo richiamo di un sentimento amoroso, sarebbero state in grado, di
nascosto dei genitori, di scrivere lettere d'amore ai loro spasimanti, creando
uno scambio di corrispondenza sconveniente contro i castigati costumi
dell'epoca.
Giovannino, crescendo, spesso si reca con i genitori a Pellezzano: questa
località lo attrae in maniera particolare, sia per l'aria fresca della montagna,
sia per l'odore pungente delle fascine scoppiettanti e delle stalle; si sente
affascinato, specialmente in primavera, dal canto degli uccelli, dallo stormire
delle foglie degli alberi secolari e il suo estro gli suggerisce bellissime
poesie dedicate alla terra natale dei suoi genitori. Diventato adulto e famoso
Giovannino, che nel
Atto
'e nascitaChi 'o vvo' sapé, 'o ssapesse: i' songo nato
l'anno milleottucientuttantaquatto,
'e cinche 'e maggio, 'o juorno doppo 'o sfratto.
E perciò campo sempe spatriato...Dinto a na casa nun ce so' restato
maje cchiù 'e duje annex e si accussì so' fatto
nun truvarraggio 'o stesso pizzo adatto
quanno sarraggio muorto e sutterrato.Ma, pe' fa' Tatto 'e nascita cumpleto,
aggi' 'a di' chiaro e tunno a tutte quante:
"So' nato a' Vecaria, nun già a Tuleto.E pe' mme fa'... no chiù 'e duje genitore:
na mamma troppo semplice e gnurante:
nu pate troppo onesto e buono 'e core..."
La vita di E.A. Mario è ricca di eventi prestigiosi, ma anche
piena di amarezze: il suo carattere aperto, sincero, la sua innata generosità
verso gli altri, la sua prorompente personalità artistica, proiettata in una
molteplicità di interessi culturali e privilegiata da una solare intelligenza,
gli provoca invidie e sfruttatori di ogni genere, specie nel campo artistico, e
qui se ne fa solo un accenno.
Non essendo uno speculatore, un traffichino, un disonesto, non avrà mai una vita
agiata, un'esistenza economicamente senza problemi, non avrà mai una casa di
proprietà. Ma il suo nome vivrà in eterno per il bene che ha fatto a tanta
gente, senza mai chiedere! Ed è lui che rappresenta la seconda generazione della
famiglia Gaeta. Non avendo avuto figli maschi, la terza generazione cambia
cognome, ma fortunatamente conserva la sostanza onesta del ceppo.
10 giugno 1940: scoppia la seconda guerra mondiale. La primogenita Bruna nel
marzo si è impiegata ai Telefoni dello Stato, che diventa obiettivo militare con
lo scoppio delle ostilità: cominciano i primi allarmi, le prime incursioni
inglesi, i primi rifugi in ricoveri di fortuna.
Oscuramento, tessere annonarie, con tutto quel che segue. Man mano che passano i
mesi la guerra si rincrudisce sempre più, con danni agli edifici e alle persone.
Nonostante tutto questo scompiglio, la vita della quotidianità civile continua
alla men peggio e l'8 aprile 1942 Bruna Gaeta sposa Stefano Catalano: ha
lasciato il pericoloso impiego e si prepara, come simbolo della 3a
generazione della famiglia, ad esser moglie ed eventualmente madre: purtroppo
con l'intervento degli Stati Uniti d'America nel conflitto, i bombardamenti
aerei sulle città assumono aspetti di una ferocia assassina sempre in crescendo,
e quando Bruna nel luglio si accorge di esser in dolce attesa della sua prima
maternità, tutta la famiglia apprende la notizia coinvolta da un contrasto di
gioia e di terrore: molta gente già si è allontanata dalla città, rifugiandosi
in paesini sperduti, in zone distanti da obiettivi militari... Che fare? Dove
andare?
La fulminea decisione di allontanarsi da Napoli viene presa nella serata dell'
11 dicembre del '42, quando, dopo un'ennesima incursione aerea americana, che
mette in ginocchio l'intera popolazione, giunge alla casa di E.A. Mario una
telefonata, disturbata da continue interruzioni, in cui, dalla voce di un figlio
della vittima, si apprende che la sorella Anna era deceduta, trapassata da parte
a parte, dalla stanga di un carretto, che per lo spostamento d'aria a causa di
una bomba caduta poco distante, aveva sfondato una porta di un improvvisato
ricovero, dietro la quale stava appoggiata la povera sventurata, uccidendola
all'istante.
"Andiamo a Pellezzano, non c'è più tempo da perdere! ". Caricate con un mezzo di
fortuna le poche masserizie prese alla rinfusa, tra un silenzioso, terrificante
sgomento, di cui le uniche parole sono espresse dagli sguardi impietriti, dagli
occhi senza lacrime, e via! Si ritorna verso la terra dei loro progenitori,
verso un rifugio per le proprie esistenze in pericolo, ma, forse ancor più, per
salvare una vita in embrione che deve esser protetta, perché, — per volere del
destino — dovrà veder la luce nella terra dei suoi bisnonni e tornare alle
origini, congiungendo simbolicamente ad anello la 4' generazione alla prima:
1'11 marzo 1943 nasce a Pellezzano Raffaele Catalano, pronipote di Michele Gaeta
e Maria Della Monica, primo nipote di nonno Mario e primogenito di Bruna Gaeta e
Stefano Catalano.
Quattro mesi dopo, precisamente il 25 luglio, data storicamente fatale per
l'arresto di Benito Mussolini e la caduta del fascismo, la famiglia di E.A.
Mario, compreso il piccolo Raffaele Catalano, completamente all'oscuro di tutto,
rientra a Napoli che vive quelle ore in pieno caos...
Raffaele Catalano, a diciotto anni, in una raccolta di poesie giovanili, così
parlò di Pellezzano: "Terra natale"
Nacqui per caso
Terra silenziosa,
Tra i tuoi rovi di pietra.
E vivo lontano dal tuo grembo
Bruciato dal sole;
Ma tu sei la patria
Dell'anima mia
Perché sei come me:
Arida e triste
Ma solatia.
Ancora nella sua raccolta "Appunti dell'anima" ricordò quando bambino si stringeva a loro in quella "Vecchia casa"
Ti ho vista, vecchia casa, di sfuggita
Straniero, adesso che appartieni ad altri.
Non mi ero ancora accorto che quel tempo
E' davvero finito.
Tra i tuoi muri son passati ieri
Quelli che oggi sono ombre vane
Chiuse, ciascuna, nelle nostre menti.
Tra i tuoi muri son passato anch'io
Quando, bambino, mi stringevo a loro.
E come loro anche quell'immagine di me
E' ormai ombra vana.
Per la cronaca, dal settembre del 1977 a tutto il 1986
Raffaele Catalano svolse la sua attività di Professore nella scuola italiana di
New York, proseguendo per altri cinque anni, la stessa attività nella scuola
degli italiani a Barcellona. Dopo tre anni di attivita in Italia, vinse un
concorso in tre aree linguistiche scegliendo Buenos Aires, dove nella scuola
italiana svolse la sua attività di Professore delle Scienze umane e Storia,
nominato Responsabile per l'Italia del progetto unificato per l'insegnamento
della Storia europea perché diplomato in inglese, francese, spagnolo, portoghese
(e a breve tedesco), il cui settennato terminò nel 2001.
Raffaele Catalano inviò da Buenos Aires il seguente telegramma alla Prof.ssa
Eva. Longo Sindaco di Pellezzano in segno di gratitudine:
GENT.MA SIGNORA EVA LONGO
SINDACO DI PELLEZZANO
GENTILE SINDACO
RINGRAZIO LEI ED I CONCITTADINI DI PELLEZZANO PER L'AFFETTO
DIMOSTRATO A MIA MADRE IN OCCASIONE DEL SUO OTTANTESIMO COMPLEANNO.
SPERO DI TORNARE PRESTO A PERCORRERE I SENTIERI DOVE,' ALL'OMBRA
DI ALBERI SECOLARI, ANTICHE FONTANE SUGGERISCONO, GENERAZIONE DOPO GENERAZIONE
DISCORSI DI AMORE E DI SPERANZA.
RAFFAELE CATALANO
BUENOS AIRES, 8 SETTEMBRE 2000
tornato definitivamente in Italia, attualmente insegna nel
Liceo Statale "Landi" di Velletri.
Il Comune di Pellezzano, in data 12 gennaio 2001, a testimoniare i legami e
l'affetto verso la famiglia Gaeta concesse a Bruna Catalano Gaeta la
cittadinanza onoraria che di seguito riportiamo.
Non posso chiudere questo mio intervento senza ringraziare il Sindaco Prof.ssa
Eva Longo e tutta l'Amministrazione del Comune per la loro disponibilità; per
cui questo lavoro si onora del Patrocinio di questa terra alla famiglia Gaeta
tanto cara.
BRUNA CATALANO GAETA
Napoli, agosto 2004.

Michele Gaeta e Maria Monica sposarono in Pellezzano (Salerno) il 10 novembre
1874
1 "Il Piave": Soc. ed. Il Mulino, Bologna. Queste ricerche sono
state fatte dallo scrittore nelle Biblioteche etc. senza coinvolgermi poiché non
ci conoscevamo.
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