
Renato Carosone, un americano a Napoli
di Federico Vacalebre
Se n'è andato in silenzio, con quella faccia un po' così,
quell'espressione un po' così, quel naso triste come una salita, quegli occhi
allegri da italiano in gita: era il 20 maggio 2001, domenica, maledetta
domenica. E da quando se n'è andato le sue canzoni hanno provato a riempire il
vuoto della sua assenza-assedio concedendosi all'ispirata reinvenzione di tanti
suoi colleghi-allievi, oltre che al noioso karaoke delle carosonate televisive
che lui così tanto odiava. Ma, forse, il postCarosone più emozionante ce l'ha
regalato Internet con la saga a cartoni animati di Gino Pollazzoni alle prese
con 'Tu vuò fà 'o talebano' e 'Caravan petrol' trasformata in un'esilarante 'Te
piace 'o presepe'. A Renato queste parodie sarebbero piaciute, avrebbe sorriso
chiedendosi cosa diavolo c'era in quelle canzonette vecchie quasi mezzo secolo
per consentire loro una nuova vita, alla faccia di tutte le mode del momento.
Napoletano verace (vico Tornieri, a due passi da piazza Mercato), Carosone
(31111920) iniziò ragazzino accompagnando al piano le imprese dei Paladini al
teatrino dell'Opera dei Pupi. «Ogni sera si replicava la stessa storia»,
ricordava, «ogni sera suonavo le stesse marce: quella dell`Aida" per l'entrata
in scena dei saraceni, quella della "Carmen" per l'arrivo dei cristiani e quella
del "Guglielmo Tell" quando i paladini di Francia facevano fuori i turchi a
sciabolate. Per gli affezionati del quartiere le gesta d'Orlando, Rinaldo e
Carlo Magno erano un appuntamento da non perdere, cui partecipare attivamente:
quando il cattivo di turno, Gano di Magonza, aveva la meglio sui buoni,
partivano, puntuali, prima i fischi e poi le scarpe di qualche tifoso dei
crociati, che spesso arrivavano sul palcoscenico dopo avermi sfiorato». E. A.
Mario è il primo ad accorgersi di lui, assumendolo come ripassatore: il suo
compito era quello di far ascoltare le nuove canzoni del grande autore agli
interpreti che avrebbero potuto presentarle alle Piedigrotte. Nel 1937 si
diploma a San Pietro a Majella e convince papà a lasciarlo partire per
l'Eritrea, come improbabile pianista-direttore d'orchestra di una compagnia di
arte varia altrettanto improbabile. A Massaua deve esibirsi in un ristorante, ma
il pubblico, prevalentemente costituito da autisti e padroncini di camion che
arrivavano dal Piemonte, dal Veneto e dal bergamasco, non gradisce il poutpourrì
napoletano messo in scena. La compagnia è sciolta, qualcuno torna a casa, le
ballerine cercano di farsi consolare, lui trova un ingaggio in un'orchestra
all'Asmara. Comincia così un apprendistato che gli permetterà di aggiungere il
jazz, Ellington, Porter e i profumi d'Oriente al suo già ricco bagaglio di
canzone napoletana e musica classica. Intanto, comincia anche la guerra, lui si
arruola sperando di risparmiare sei mesi di servizio militare. Poi capisce che
non è così e, appena può, diserta. A conflitto finito trova la Napoli avvilita e
distrutta di «Monastero 'e Santa Chiara», dove gli unici che avevano voglia di
musica erano i militari americani: per loro inizia a fondere, senza neanche
accorgersene, la melodia della canzone partenopea con la danzabilità
disincantata del boogie, gli echi delle armonie arabe con l'umorismo e l'ironia
dei vicoli sopravvissute alla follia nazifascista. La sua vita cambia il giorno
in cui cerca musicisti per formare un trio con cui dovrà inaugurare un nuovo
night in via Nazario Sauro, lo Shaker: Peter Van Wood e Gegè Di Giacomo sono le
spalle, spesso i coprotagonisti di una rivoluzione morbida. II pubblico dello
Shaker chiede canzoni sempre più veloci, vuole dimenticare, e Carosone & Co.
l'accontentano rileggendo «Scapricciatiello», «Scalinatella», «Luna rossa» e «Anema
e core» col ritmo swingante appreso dagli spartiti di Cole Porter e Gershwin. Ma
il successo, inarrestabile e internazionale, sino alla Carnegie Hall, scoppia
quando incontra Nicola Salerno, in arte Nisa, disegnatore e paroliere dalla vena
romantica, improvvisamente trasformato in prezioso umorista «Tu vuo' fa
l'americano» nasce la prima volta che si incontrano, nemmeno mezzora. Poi, in un
paio d'anni, arrivano «T'aspetto 'e nove», «Torero», «'O sarracino», «Pigliate 'na
pastiglia», «Caravan petrol»... Una rivoluzione morbida e inesorabile costruita
su una sorta di «cantautorato di gruppo» (Carosone-Nisa-DiGiacomo), la messa al
bando dell'esterofilia attraverso le follie linguistiche di Peter, le litanie
arabo-partenopee di Gegè ed il suo indimenticabile grido di battaglia ('CantaNapoli'),
le allusioni sessuali nemmeno troppo mascherate, la capacità di dar voce a una
generazione stanca delle banalità canzonettare ma non disposta a rinunciare a un
facile consumo musicale, un'intuizione exotica che permette di giocare coi ritmi
(boogie woogie, samba, cha-cha-cha, suoni africani) e le lingue a proprio
piacimento, tra allitterazioni e correzioni metriche, parodie, pastiche,
citazioni... Nel 1960 il ritiro, quando è all'apice della gloria: Renato aveva
visto i Platters e ìntuito i Beatles, non voleva essere sorpassato. Il 9 agosto
1975 il ritorno, alla Bussola di Bemardini. Poi qualche tour, qualche disco, un
po' di televisione, sempre con dignità. Intorno a lui si moltiplicava la tribù
carosoniana e, in rete, si diffondeva la teoria del carosuono, fondata su
un'antica leggenda Maori: 'Dio creò la canzone. La impastò di lacrime e sangue e
vi mescolò il riso per renderla morbida, vi aggiunse sofferenza e dolore di
giornata, poi le ordinò di divertire'. E' per questo che non possiamo non
possiamo non dirci carosoniani: facendo l'americano di Napoli Carosone ha aperto
la strada ai vari Peppino Di Capri, Showmen, Pino Daniele, Edoardo Bennato,
Almamegretta, 99 Posse, ma, nello stesso tempo continuava la tradizione
contaminatrice - sembra un paradosso, ma è così - della canzone partenopea.
Orgoglioso delle sue radici come delle culture musicali altre che avevano
studiato ed aveva imparato ad amare, Renato iniziò una lunga sequenza crossover
sonori. Era un contaminatore che non sapeva niente di villaggio globale o di
McLuhan, ma sapeva di dover fare i conti con i codici del consumo di massa,
anche su scala internazionale. I suoi cocktail, i suoi minestroni musicali,
quando trovavano terreni di confine da frequentare, pagavano in termini
artistici e commerciali, creavano incroci e non sterili ibridi, valorizzavano la
specificità napoletana, abilitandola perciò anche al mercato internazionale. Con
Nisa e Di Giacomo Renato ha fornito una dose salvifica di antidoti
antidepressivi all'Italia chiagnazzara alla cui edificazione Napoli aveva dato
tanto. Le sue canzonette rispondevano sorprendentemente ai dettami
schonberghiani: 'La musica non deve ornare, deve essere vera'. Dalla vita
quotidiana, da una sua osservazione attenta quanto disincantata, nasceva la
canzone popolare cara a Fossati, costretta a vivere appena tre-quattro minuti, a
dire e dare tutto in quel brevissimo tempo, per poi diventare immortale, come la
più bella e colorata delle farfalle. 'Musica da tavola', ha scritto Kant nella
'Critica del giudizio', musica che 'deve mantenere un'atmosfera di generale
allegria... senza che nessuno porti la minima attenzione alla sua composizione'.
Musica da tavola? Sì, ma anche da letto, da cucina, da tinello, da salotto. E da
night, da piazza, da corridoio, persino da bagno, ci andiamo tutti, che male
c'è? Musica che si butta via, che dà la felicità e poi se ne va in punta di
piedi, direbbe Manlio Sgalambro. Musica leggera, leggerissima. Ma non volatile,
attenzione. Scritta, anzi suonata e cantata per restare, e cioè per essere
ascoltata, cantata e suonata ancora. Per essere reinventata e persino
violentata. 'Tu vuò fa' 'o talebano' è soltanto l'ennesima dimostrazione della
validità delle teoria dei carosuono. Musica destinata a rimanere, a raccontare
com'è strano sentirsi americani a Napoli, cittadini del mondo innamorati della
città porosa, capace di far suo qualsiasi suono. Musica-madaleine proustiana per
'Mean streets' di Martin Scorsese o per i romanzi di Charles Izzo che avevano
bisogno di raccontare in poche note un mondo, un'epoca, uno suono.
Musica-passaporto per il futuro, o almeno per il presente, come spiega benissimo
il carosoniano Manu Chao: 'Le sue canzoni sono pastiglie per il buonumore, la
miglior cura contro il logorio della vita moderna".
Federico Vacalebre
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