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SEGNI DI DONNE / SOGNI DI
PACE
Mostra Collettiva di Arti Visive
Napoli - Antisala dei Baroni
Maschio Angioino
15-23 marzo 2003
L'appuntamento dell'8 marzo ha quest'anno un
significato particolare. Lo dice, del resto, anche il titolo di questa
mostra: " segni di donna, sogni di pace ". Sarebbe sbagliato, però,
credere che con questa manifestazione le artiste che vi partecipano
abbiano semplicemente voluto aggiungere la propria voce a quella dei
milioni di donne e di uomini che il 15 febbraio scorso, sfilando
contemporaneamente in centinaia di città di tuttoil mondo, hanno
espresso la loro volontà di pace. Alla consapevolezza dell'importanza
storica
e di questo avvenimento, che ha dimostrato come l'umanità sia in grado
di sviluppare un'azione di difesa del proprio diritto alla vita di
dimensione planetaria e di opporre un'iniziativa "globale" alla violenza
della globalizzazione neoliberista, produttrice di quelle contraddizioni
e di quei conflitti che si pretende di fronteggiare con la guerra,
bisogna aggiungere una riflessione, qui necessariamente appena
accennata, sul senso che l'opposizione alla guerra assume
nell'esperienza delle donne. Si tratta, cioè, di seguire, come ha fatto
recentemente Adriana Caravero, alcune importantissime tracce presenti
nell'opera di Virginia Wolf e di Hannah Arendt e di intendere le ragioni
che inducono a legare l'avversione delle donne alla guerra non tanto al
pensiero in chiave di "differenza sessuale", secondo cui la contrarietà
alla violenza che toglie la vita si fonderebbe nella donna sul fatto che
è essa a dare la vita e a prendersene cura, quanto all'estraneità
storica
della donna alla politica, o meglio a quella politica dell'Occidente che
ha visto e continua a vedere nella guerra il modo più conseguente e
razionale di superare i conflitti che essa, in quanto politica, è
incapace di risolvere. II punto fondamentale sta nel sottolineare come
la guerra, la forma estrema di omicidio, razionalmente organizzato e
preordinato, possa perdere la sua carica di orrore e apparire
tollerabile solo quando l'uomo, il singolo essere umano, privato del
riconoscimento del suo carattere di unicità, svuotato di tutto ciò che
ne fa una persona fisica reale, nella concretezza del suo corpo vivente,
viene ridotto a concetto generico ed astratto. Allora, infatti, l'uomo
cessa di essere un valore insostituibile e la sua uccisione non suscita
più orrore, diventa razionalmente ed emotivamente tollerabile. La vita
degli altri, infatti, da fine si è trasformata in mezzo. Quel "
sacrificio " della vita che io posso decidere di compiere liberamente
soltanto su me stesso diventa invece un dovere da imporre agli altri,
perché gli altri sono diventati appunto un "mezzo" per realizzare un
obiettivo. "Non è così un caso - scrive Adriana Caravero - che molta
parte del pacifismo femminile, presso il quale la teoria arendtiana è
ben nota, opponendosi alla morte massificata che caratterizza la guerra
moderna, si opponga appunto, innanzitutto, alla morte di coloro che,
ogni volta e singolarmente, muoiono ad uno ad uno. L'attenzione
all'unicità orienta il giudizio sulla guerra ". Ora è interessante
osservare, in margine a queste decisive considerazioni, come un analogo
richiamo all'unicità e al connesso rifiuto dell'universalità come
generalità vuota costituiscono un tratto proprio dell'esperienza
artistica. Già è significativo che la Arendt indirizzava la sua critica
alla tradizione politica occidentale, che riduce gli esseri umani a
"enti fittizi", verso la pratica della biografia, come racconto di vite,
narrazione che riscatta il valore della singola vita umana. D'altra
parte, non è forse vero che l'atto stesso del raccontare, del parlare di
sé e degli altri mette in primo piano non il contenuto astrattamente
concettuale di ciò di cui si parla, ma la singolarità del suo darsi
attraverso le caratteristiche propriamente sensibili, attraverso la
concretezza della parola e della sua pronuncia?
Si tratta indubbiamente di un passaggio che andrebbe
adeguatamente esplicitato e verificato, ma non mi pare arbitrario
concludere che anche alle opere delle arti visive vada riconosciuta
questa capacità di non lasciarsi attraversare dalla trasparenza dei
linguaggi convenzionali e di opporre, al tentativo di ridurle alla
genericità dei concetti di cui sarebbero tramite, la propria
insostituibile concretezza sensibile, la corporeità del loro darsi nella
relazione con gli altri, il loro costituirsi unitariamente, innanzitutto
sul piano della percezione, come un tutto che si rapporta nell'interezza
del suo insieme al mondo reale. Se è così, non è azzardato pensare che i
segni delle donne e quelli della pace cui s'ispira questa mostra siano
anche, e non per caso, i segni dell'arte.
Vitaliano Corbi

Mostra Collettiva di Arti Visive
Mathelda Balatresi
Annamaria Bova
Elisaheth Frolet
Rosaria Matarese
Jocelyn Mottoulle
Rosa Panaro
Béatrice Pasquet
Caroline Peyron
Clara Rezzuti
Maria Roccasalva
Gisela Robert
Bruna Sarno
Gudrun Sleiter
Janine Von Tunghen
Anna Trapani

BALATRESI
"MENSA E ARTE"
OLIO SU TELA - 1996 - 130x120 cm.

BOVA
particolare opera "UNA STELE PER LA PACE"
SCULTURA IN LEGNO - 2001 - 235x60x30 cm.

FROLET
"IL MIO "PEPLOS"
TECNICA MISTA - 100x100 cm.

MATARESE
"1° HRONIR 2000"
CERE SU COLLAGE DI CARTE E CHIODI - 2000 - 125x76 cm.

MOTTOULLE
"SEGNI DI DONNE - SOGNI DI PACE"
TECNICA MISTA - 200x170 cm.

PANARO
"CORMOCATRAME"
CERE SU COLLAGE DI CARTE E CHIODI - 2002 - 125x76 cm.

PASQUET
"LE CORPS, LE VIDE, SA VIE"
TECNICA MISTA - 2002 - 89x33x3,6 cm.

PEYRON
"GENERATION"
TECNICA MISTA - 2002 - 8x75x65 (520x75) cm.

REZZUTI
"ASPIRAZIONE DI MISSILI"
TECNICA MISTA SU TELA - 2003 - 150x100 cm.

ROCCASALVA
"GERMANIA"
ACRILICO SU TELA - 2003 - 100x80 cm.

ROBERT
"AFGANISTAN"
TECNICA MISTA SU CARTA - 2001 - 100x80 cm.

SARNO
"VORTICE"
OLIO SU TELA - 1980 - 100x100 cm.

SLEITER
"INCUBO DI GUERRA"
TECNICA MISTA - 2001 - 90x90 cm.

VONTUNGHEN
"3X3 MISSING 2002"
STAMPA SERIGRAFICA SU PLEXIGLASS - 2002 195x60x1 cm.

TRAPANI
"SPIANDO"
OLIO SU TELA E IUTA DETESSUTA - 2003 - 210x100 cm. |
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