(In copertina: 21 novembre 1919: E.A. Mario e Adelina, sposi felici)

DA «E.A. MARIO: POETA D'ITALIA»
UNA RICERCA INEDITA DI BRUNA CATALANO GAETA

Sul dualismo anagrafico di mio Padre: 1884 nasce Giovanni Gaeta, 1904 nasce lo pseudonimo E.A. Mario, mi e venuto sotto gli occhi un articolo che Papa scrisse nel 1910 su una rivista di quell'epoca che s'intitolava "Santa Lucia, cronache napolitane d'arte e di vita", la cui testata era del pittore Francesco Galante e il primo numero usci il 30 marzo 1910.
Poiché mi sembra appropriato lo riporto dal libro di famiglia n. B1, donato alla Biblioteca Nazionale di Napoli - reparto Lucchesi - Palli:

Intervista con me stesso.

Wladimiro Korolenko, nella recente opera: "L'Impero della Morte" edita da la "Società Libraria Nazionale" di Roma, fa dire a un morituro - leggi destinato alla forca: "Vorrei per un giorno rimanere solo con me stesso, ma non e possibile". Oh, non e proprio necessario essere morituri per trovarsi in tale impossibilita. Non son troppi quelli che riescono a ritrovare se stessi: pochi ci riescono per qualche momento e lasciano trascorrere questo momento nel guardarsi stupiti faccia a faccia con la propria anima; pochissimi, infine, ne profittano per dare la stura a un dialogo intimo: pochissimi e fortunati.
E fortunato sono stato anch'io stavolta, perché ho intervistato me stesso con la massima disinvoltura, con la sfacciataggine - anzi - del reporter pin petulante e americanizzato che sia sbocciato all'ombra del patrio giornalismo:
Gaeta: Sei tu E.A. Mario?
E.A. Mario: Come tu sei pubblicista...
Gaeta: Pubblicista... no... Io non so essere nulla; ma mi piace di fare un po' di tutto, e perciò ti ho lasciato vivere tranquillamente.
E.A. Mario: Oh! Ecco il mio protettore! Tu sai bene che di nulla ho conservato: sei troppo idealista, fratello mio... Ricordo che una volta chiamavi il "cuore" carduccianamente "vil muscolo nocivo" e cantavi come un Omero in ventiquattresimo, tutto fuoco ed impeto, e scaraventavi endecasillabi e novenari sui vigliacchi d'Italia che ti ignoravano - in nome di Garibaldi prima, di Mazzini poi, di Carducci infine... e poi? Facesti anche un po' l'internazionalista e simpatizzasti con Gapony e Gorki. Ebbene? Che accadde? Spendesti parecchie lire per poemi che son rimasti senza lettori, mentre io, con pochi versi di "Cara mamma" ti portai quindici lire sonanti...

E.A. Mario

Marzo, 1910

PREFAZIONE

L'editore Rodolfo Rubino, dopo aver dato alle stampe in aprile il libro di mio Padre All'insegna della Sirena (che aveva visto la luce nel 1930 e da tempo esaurito) sta tentando, con una caparbia decisione, di rendere realizzabile ciò che per anni era stato un mio desiderio filiale mai concretizzato, nonostante gli incredibili riscontri con valide società editoriali da me più volte intrapresi per pubblicare con fondate documentazioni, la poliedrica Arte di mio Padre.
L'editore Rubino ha in corso la pubblicazione di 'A storia d' 'o core, a cui ha deciso di allegare questa mia prefazione e sta cercando di ricostruire, pezzo per pezzo tutta l'opera di E.A. Mario.
Il mio incontro con questo Editore, grazie a Dio, è stato quanto mai gratificante, poiché, essendo il decano degli editori napoletani, svolge la sua attività con rigore professionale ed è – per conseguenza – all'avanguardia di tutti i movimenti culturali che cercano di rivalutare quelle tradizioni ormai desuete, relegate da tempo dalla critica. Ed io sono infinitamente grata all'editore Rubino che fa del suo lavoro una missione per divulgare, soprattutto con sacrifici economici, l'arte per l'amore dell'arte con la dignità scaturita dalla sua profonda cultura; per cui coloro che leggono le sue pubblicazioni, le trovano curatissime sotto tutti i punti di vista.
C'è un movimento culturale, denominato "L'identità italiana", formato da molti scrittori storici, filosofi, opinionisti etc. che esprimono, attraverso i loro scritti, concretizzati da ricerche storiche sul primo ventennio del secolo scorso, le loro valutazioni, il loro interesse anche per alcuni personaggi tra cui E.A. Mario. Fortunato Minniti, per esempio, nel suo libro Il Piave, pubblicato dalla casa editrice "Il Mulino" di Bologna nel 2000, si è minuziosamente informato su mio Padrel, attraverso i suoi libri, i suoi poemetti, le sue canzoni e lo descrive "un autore napoletano nel quale, leggendo le sue canzoni scritte durante la prima guerra mondiale si nota che ha una totale assenza di spirito bellicoso, mentre è accentuata la vena malinconica scaturita dall'atrocità della lotta bellica, per cui ne Le rose rosse l'autore, dopo aver visto un giardino del trevigiano, nei pressi delle trincee, pieno di rose bianche macchiate di sangue per uno scontro tra gli eserciti, in quel luogo grida "Ma le rose rosse, no, non le voglio veder".
La complessa vicenda umana di E.A. Mario, la sua inarrestabile vena creativa, spesso alimentata da trascendenti entusiasmi, stimolati da affascinanti desideri che rendevano concrete le sue potenzialità artistiche senza cerebralismi, o, per converso, la sua anima a volte sconcertata per un'improvvisa sofferenza spirituale che lo turbava nel presentimento di qualcosa di indefinibile che lo colpiva senza poter prevedere né prevenirne la causa, erano alcuni dei poliedrici aspetti di questo straordinario artista.
"Egli pensava e scriveva niente di diverso da quello che pensava" come lo ha descritto con profonda intuizione Fortunato Minniti2, e lo confermo io che gli sono stata vicina nei primi quarant'anni della mia vita.
Riflettendo su quanto sto per esporre, mi sono resa conto che mio Padre ha vissuto tutta la sua esistenza "studiandosela" giorno dopo giorno e trascrivendone, in forma epistematica, tutto ciò che stimolava la sua "curiosità", come un diario da compilare, registrando fatti (o avvenimenti) degni di nota sotto le più svariate forme: poesie, novelle, drammi, canzoni, articoli etc. Se prendiamo per esempio La leggenda del Piave3 ci possiamo rendere conto che le quattro strofe che la compongono non sono altro che lo studio accurato e meticoloso di uno storico che "in quell'epoca, in quei giorni e in quegli anni" trascrisse, "dall'inizio alla fine" lo svolgimento di quel doloroso evento che colpì la nostra Patria nella prima guerra mondiale dal 24 maggio del 1915 al 4 novembre 1918, e che lo stesso Minniti annota alle pagine 69, 70, 104 e 105 del suo libro:
la strofa: "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti, il 24 maggio" (1915 inizio del conflitto); 2a strofa: "Ma in una notte trista si parlò di un fosco evento" (il tradimento)... "poiché il nemico irruppe a Caporetto" (24 ottobre 1917); 3' strofa: "No! disse il Piave. No! dissero i fanti; mai più il nemico faccia un passo avanti" (24 giugno 1918, la riscossa); 4a strofa: "Indietreggiò il nemico, fino a Trieste, fino a Trento... e la vittoria sciolse le ali al vento!" (4 'novembre 1918, la vittoria finale).
'A storia d' 'o core è la raccolta di tre poemetti che mio Padre scrisse in tre epoche diverse della sua vita e, precisamente, Cunfessione nel 1917, Cunfiette nel 1919 e Figlie nel 1943, e furono dati alla stampa ciascuno nel periodo in cui furono concepiti.
Quando nel 1959 l'editore napoletano Fausto Fiorentino, amico ed estimatore sincero di E.A. Mario volle ristampare, in 3' edizione "Acqua chiara", un suo libro di poesie dialettali esaurito da tempo, le cui precedenti edizioni erano uscite orientativamente tra il 1916 e il 1918, mio Padre volle includere in questa pubblicazione i tre suoi poemetti autobiografici; riunendoli sotto il titolo 'A storia d"o core, per "riordinare il suo curriculum", premettendo la motivazione che trascrivo integralmente: "Questa Storia d' 'o core, pertanto, consta di tre parti: iniziata con Cunfessione, dolorosa vicenda prematrimoniale, continuata con Cunfiette, intermezzo epitalamico, si conclude con Figlie, visione apocatastica della paternità, completata e pubblicata in occasione della nascita del primogenito della mia primogenita".
A distanza ravvicinata, con molta umiltà e commozione, mi permetto, per la tenacia ed amorevole insistenza dell'editore Rodolfo Rubino, di esprimere anche la mia "personale trattazione" sul tema, facendo leva sulla mia emozione che ogni volta si rinnova con particolare intimismo quando rileggo questi poemetti che rappresentano la storia del cuore di mio Padre...
Diciamo che
'A storia d' 'o core è un componimento poetico composto da tre piccole cantiche, con versi in terzine a rima concatenata, ognuna delle quali con una tematica a sé stante ben definita sia come epoca che come contenuto, e mi spiego: Cunfessione, concepita e vissuta intensamente tra il 1914 fino al primo periodo dell'anno 1919; Cunfiette, letteralmente esplosa dall'agosto al novembre dell'anno 1919; Figlie, scritta con particolare sentimento commotivo nel 1943 quando a 59 anni E.A. Mario divenne "nonno". I versi di queste tre piccole cantiche sono tali che la loro lineare esposizione suscita e promuove nel lettore un'attenzione particolare da costringerlo a non lasciarsi sfuggire nemmeno i segni d'interpunzione che il poeta inserì con competenza ortografica per indicare le pause, i colori, i toni, che rappresentano l'espressività dei suoi sentimenti, delle emozioni provate dal suo cuore assetato d'amore... ma quante sfaccettature ha questa parola! Attraverso l'inclinazione dell'animo verso qualcuno o qualcosa, le cui componenti principali "bene, affetto, tenerezza, desiderio, passione" acquistano maggiore o minor rilievo secondo la natura dell'oggetto ispiratore che, se ricambia adeguatamente, non ci sono problemi... però se quest'amore si basa tra persone di sesso diverso (e di diversa moralità di comportamento) molto spesso sfocia in ulteriori sensazioni non sempre rasserenanti... quanti "quia" assillano l'innamorato, quante ansie sconcertano da un momento all'altro colui (o colei) preso dal dubbio di esser tradito, offeso nell'amor proprio, e – nel peggiore dei casi – anche deriso!
Comunque questi tre poemetti rappresentano – ognun per sé – tre periodi diversi del suo modus vivendi e tre diversi rinnovamenti della sua vita. E dei tre, il primo di essi è il più tragicamente travolgente: parlo di

Cunfessione
(Maria)

«I' mme cunfesso e nun mme metto scuorno...
mme cunfesso senza confessore.
nun parlo pe' me, ca 'o penitente
nun songh'io ma stu core...»

Il suo cuore, assetato d'amore e di desiderio straordinariamente passionale era diventato schiavo e impotente a reagire, vittima designata di quella donna lasciva che, con sottile perfidia, lo dominava senza pietà... Se tentava di ribellarsi per i suoi continui tradimenti, ancor più veniva trascinato nei gorghi della gelosia dall'empietà di colei che spudoratamente lo faceva anche denigrare dai suoi amici di un tempo:

«E mme pare 'e vedé n'ommo ca ride.
Ride e mme dice: "E comme? Ancora 'a pienze?
... I' ll'aggio avuta p' 'o capricce 'e n'ora:
ll'aggio pavata e, po', l'aggio lassata...
tu t' 'a piglie ancora?»

Costei per poco non gli costò la vita!
E intanto, in quel periodo così funesto, il suo estro lo trasportava nelle sfere più impensate e sublimi della creatività poetica e musicale: fu per lei, infatti, che compose canzoni bellissime in dialetto e in lingua come:
Buongiorno a Maria (anno 1916); Ladra (anno 1916); 'A Canzone 'e Maria (anno 1917); Presentimento (anno 1918); Vipera (anno 1919).

Cunfiette
(Adelina)

per quanto riguarda questa bella vicenda d'amore, coronata da un felice riuscito matrimonio, mi affido ad alcune pagine del mio libro: E.A. Mario. Leggenda e Storia (ed. Liguori, Napoli 1989).
«Nell'agosto del 1919 E.A. Mario puntualmente fece l'Audizione delle sue canzoni piedigrottesche in un teatro napoletano. Nel nuovo repertorio c'erano: Le rose rosse, (no, le rose rosse, no non le voglio veder, non le voglio veder!), 'A legge, Vipera, Tarantellona, e fra le altre canzoni Santa Lucia luntana, presentata direttamente dal suo Autore.
L'affluenza del pubblico fu travolgente e, oltre a critici, autori e giornalisti, in una di quelle serate si vociferò in palcoscenico che Eduardo Scarpetta, con alcuni artisti della sua compagnia d'arte, era tra il pubblico. E fu così che – nell'intervallo tra la prima e la seconda parte dello spettacolo – E.A. Mario andò a salutarlo. Scarpetta, nel fargli i complimenti espresse il desiderio di presentarlo ai suoi compagni di lavoro e, fra gli altri, a Leonilde Gaglianone, che, con la sua figliuola Adele, stava in un altro palco. L'attrice, oltre ad essere una bella e brava signora, era la nipote di Gennaro Di Napoli e di Marietta Del Giudice: apparteneva, cioè, ad un gruppo di celebri artisti (il Nonno, per la cronaca era "Raffaele di Napoli", denominato 'o guappo del S. Carlino, le cui fotografie e la relativa biografia sono esposte nel Museo di S. Martino) e, come i suoi illustri parenti, aveva anch'essa un grande talento artistico. Da anni, fiancheggiata da Gennaro Pantalena, Gennaro Di Napoli, Eduardo Scarpetta, Della Rossa, Galloro, Gherardi ed altri, dominava le ribalte del "Teatro Nuovo" e del "Teatro Fiorentini", convogliando al successo tutto quanto di valido offriva il repertorio dialettale, senza mai cedere alle lusinghe del "posciadismo" di cui provò sempre disgusto.
Fra gli autori di commedie che ne esprimevano lodi e compiacimento ricordiamo Roberto Bracco, Salvatore Ragosta, Eduardo Pignalosa e Salvatore Di Giacomo, del quale rappresentò, oltre a
Mese Mariano, un'Assunta Spina straordinaria, rivaleggiando con Adelina Magnetti; né fu da meno per l'interpretazione di "Lola" in Cavalleria Rusticana. Ma tornando a quella sera dell'incontro — che avveniva esattamente nella seconda metà di agosto, E.A. Mario, conversando nel palco affabilmente con l'attrice, lanciava sguardi di compiacimento ad "Adelina" che, vestita in maniera semplice ed elegante, aveva una gran paglia di Firenze graziosamente calzata sui bei capelli corvini.
Al momento del commiato, egli, nel salutare la giovane, in dialetto scherzoso le disse: "Signori, quanno ascite 'a sott'a sta paglia, vi debbo fare un'imbasciata ...", questa frase non fu altro che la dichiarazione d'amore di E.A. Mario ad Adelina, che dopo "tre mesi meno un giorno" e cioè il 21 novembre di quello stesso anno, ne diventò la moglie. E qui andrebbe bene una frase del celebre poeta scozzese Robert Burns: "Ma vederla fu amarla, amare solo lei e amare per sempre!" E poiché E.A. Mario era un anticonformista, le nozze furono celebrate senza sfarzo, non solo, ma all'usanza dell'offerta agli invitati della tradizionale bomboniera, egli contrappose una gustosa pubblicazione intitolata Cunfiette, un poemetto contenente 15 poesie, la cui copertina recava una fotografia di una bomboniera rovesciata su un tavolo, dalla quale uscivano, sparsi qua e là, dei confetti. Con la dodicesima poesia vi era anche la fotografia degli sposi. La poesia in questione era
Cupendiello4:

E mo, ca v'aggio ditto 'e fatte 'e ll'ate,
ve conto pure 'o mio: comm e, ca, insomma,
nude ce simmo spusate.
Cupendiello — 'o sapite a Cupendiello?
chillo ca mena 'a frezza e coglie 'o core
comme fosse n'auciello,
quanno se trova 'e genio, ve cumbina
'na botta ddoje fucétole5: E ll'ha fatto
cu' mmico e cu' Adelina.
E, giacché simmo state signalate,
simmo sagliute ncopp"o Municipio,
e ce simmo spusate!

Eduardo Scarpetta, goloso e tradizionalista, protestò polemizzando in versi sullo stesso metro:

Amico mio, cu sta spusella toja,
c'hadda campa' cient'anne, e cu salute,
pecché è na vera gioia,
hai provato davvero tutt"o ddoce
che pò tené Caflìsh6 e nun t"e fatto
ancora manco 'a croce!
Ogne ghiuorno che passa cchiù assapure
chella ducezza ca nun tene fine...
ato che cunfetture!
Ma a me che promettesti due confetti
pe' mm"e mannà, c'aspiette?
Sò belle 'e vierze tuoje, chi 'o ppò negà,
ma duje cunfiette 'e sposa – agge pacienza –
mm"e putive mannà...
Si te magnaste tu, caro Signore,
chesta bella custata... a te l'arrosto
e a me... nu poco 'e addore!

E da questa diatriba fu abbozzata dallo Scarpetta una commedia il cui titolo chilometrico era: "Tetillo ntussecato da 'na bumbuniera de carta mannata da nu poeta ca ha vuluto fa nu spusarizio a vierzo sujo".

La caduta

La fine dell'anno 1957 fu funesta per la casa di E.A. Mario: il 18 ottobre morì la carissima Donna Leonilde, che lasciò sgomenti la figlia, il genero che l'amò come una madre, le nipoti con i consorti e i pronipoti che l'adoravano. Fino all'ultimo momento della sua vita aveva conservato una mente lucidissima, ed era, per il suo carattere sempre allegro e conversevole, la gioia di quella famiglia: E.A. Mario scherzosamente la chiamava: "'A gnora mia! ". Otto giorni prima di morire per alcuni amici che erano venuti a renderle visita, aveva recitato uno stralcio di "Assunta Spina". Lasciò un vuoto incolmabile! In quello stesso periodo E.A. Mario aveva ottenuto dalla Rai una rubrica, curata da Rosalba Oletta: "Il taccuino di E.A. Mario". Egli andava e veniva da Roma, per registrare le puntate, che, trasmesse, erano riuscite gradite agli ascoltatori; non gli pareva vero di svolgere questo lavoro, anche se – a volte – i suoi slanci artistici venivano imbrigliati da esigenze tecniche di trasmissione. Pareva che tutto dovesse filar liscio, quando, in un fatale pomeriggio di fine novembre, inciampò per Via Foria, a Napoli, cadde e gli s'incrinò il femore sinistro. Ebbe la forza di tornare a casa, al Viale Elena 30, e si afflosciò tra le braccia della moglie atterrita!
E da quel momento iniziò il suo calvario, tra il dolore e lo sgomento di tutta la famiglia: i medici consultati dissero che non poteva essere ingessato, ma doveva rimanere immobilizzato a letto con la gamba contornata da cuscinetti di sabbia ... cominciò così lentamente "a morire" dentro, pur continuando a registrare da casa, in quella situazione dolorosa, le altre puntate del suo taccuino. Dopo tre mesi gli fu concesso di alzarsi, appoggiandosi ad un bastone: ma un giorno, esasperato, lo buttò lontano da sé e cercò di reggersi in piedi senza alcun sostegno ... Intanto cominciava a smagrirsi paurosamente, mentre la voce, quella bella voce pasquarielliana, si affievoliva sempre più ed una tosse stizzosa gli squassava cuore e polmoni. Tra gli alti e bassi passarono il '
58 e il '58: Poi si sparse la notizia che E.A. Mario non poteva più uscire di casa, perché ammalato.
E una triste mattina di dicembre del 1959, improvvisamente venne a fargli visita il Dottor Angelini, direttore della Rai di Napoli, per proporgli una trasmissione televisiva. E.A. Mario capì a volo: l'amabile ospite, con espressioni garbate e cortesi, gli velava un'amara verità: la Radio-Televisione in tutti quegli anni, non s'era mai data pena di procurarsi una documentazione da tener pronta per trasmetterla "al momento giusto" quando fatalmente sarebbe successo "l'irreparabile". Ed ora correva ai ripari e voleva far presto con mezzi semplici: una ripresa fatta nella casa del "protagonista", con la figlia a pianoforte che accompagnava le canzoni del padre e due interpreti, Maria Paris e Mario Abbate, e – come interlocutore – Indro Montanelli ... e semmai Gennaro Di Napoli, cugino della moglie ... e basta!
"No!" – gridò con voce straziante E.A. Mario – "Non voglio! Troppo tardi vi siete ricordati di me e ne ho capito lo scopo!" E lo mandò via.
Ma l'Angelini, pressato da Roma, ritornò alla carica: telefonò alla moglie, alle figlie, facendo intendere che era necessario preparare quella trasmissione televisiva, perché E.A. Mario apparteneva alla storia del Paese, era una personalità artistica di grande rilievo.
... A quale dura prova fu messa tutta la famiglia e specialmente la cara donn'Adelina, che prostrata per l'imminente catastrofe, doveva fingere con il marito, e convincerlo ad accettare quella proposta. Poi E.A. Mario si decise e finì per cedere.
Nei primi giorni del gennaio del 1960 una troupe di operatori cinematografici con telecamere, truccatore, cavi e tutto l'armamentario occorrente, varcò la soglia di quella casa dolente. Egli, nel vedere tutta quella gente, insieme al regista Pacini, esclamò: – "Ecco i miei becchini". Poi arrivò Indro Montanelli, ma – appena intravisto dalla sala d'entrata E.A. Mario – scappò via piangendo!
E lo sgomento aumentò: bisognò chiamare qualcuno in fretta per la sostituzione. Fu scelto il poeta Umberto Galeota, amico carissimo di famiglia, raggiunto telefonicamente nella sua casa, all'Arenella, tra i singhiozzi delle figlie che si alternavano al telefono per spiegargli tutto: arrivò al Viale Elena dopo un paio d'ore ... Nove lunghi giorni durò quella macabra farsa. E poi? ... E troppo straziante trascrivere come fu tragica ogni ora, ogni giorno, ogni settimana, ogni mese di quell'anno! E.A. Mario aspettava di "vedere" la trasmissione, ma la Rai rimandava di settimana in settimana, mentre egli si aggravava sempre più, nonostante le amorevoli cure che valenti medici gli prescrivevano. La moglie passava giornate tragiche, atterrita dall'idea di sopravvivere al marito, ed un giorno le figlie si accorsero che una strana calma era subentrata in lei: – "Mamma, che hai?" le domandò Delia tremando, e lei rispose: "Ho pregato tanto la Madonna per ottenere una grazia, e la Madonna mi esaudirà!...".
E intanto i mesi passavano, giorno dopo giorno ... "Non me la faranno nemmeno vedere" egli mormorò una volta – alludendo alla trasmissione – mentre da quei begli occhi ormai stanchi ed incavati, spuntava una lacrima.
Ma, nonostante fosse in quelle precarie condizioni di salute, ugualmente preparò il fascicolo di Piedigrotta di quell'anno, con un "Intermezzo digiacomiano" comprendente la maggior parte di canzoni celebri stampate negli anni precedenti, più
'O nnammurato d' 'a luna una delle più belle liriche del poeta di Voce 'e notte, Eduardo Nicolardi, e musicata da lui ed infine Appassiunata su versi di Libero Bovio già data alle stampe nel 1924. Inoltre aveva inserito nuove canzoni, fra cui la sua ultima intitolata 'O calannario 'e Napule, la cui musica fu trasmessa alla figlia, che angosciata, sedeva a pianoforte, con un filo di voce appena percettibile.
In quei giorni andò a fargli visita – proveniente da Milano – l'amico giornalista Federico Petriccione che, avendo pubblicato una "Piccola Storia della Canzone napoletana" nella quale era anche inserito un amabile profilo di E.A. Mario, volle fargli dono personalmente di una copia con questa dedica: "A E.A. Mario, amico carissimo e grande artista, a testimonianza di una sodalità schietta e profonda e più ancora di un'ammirazione che ha mezzo secolo d'età...". Egli fu tanto contento di questa visita che volle far sentire all'amico quest'ultima canzone: e la sospirò, con un filo di voce, quasi declamandola, mentre Petriccione aveva gli occhi pieni di lacrime ...
E intanto i mesi passavano inesorabilmente, ed E.A. Mario declinava paurosamente: "Ma che gente senza cuore!" un giorno esclamò ... Pensava sempre a quella trasmissione! ... Così le figlie, a metà ottobre,. si decisero e cominciarono a tempestare di telefonate la Rai, sia a Roma che a Napoli e, finalmente, l'8 dicembre la trasmissione andò in onda. Dieci giorni dopo – il 18 dicembre – il Maresciallo d'Italia S.E. Ettore Bastico, con una delegazione dell'Alleanza Tricolore Italiana, venne in forma straordinariamente ufficiale, per offrire a E.A. Mario, nella sua modesta casa, un Diploma di Benemerenza con Medaglia d'oro che il Poeta avrebbe dovuto ritirare a Roma fin dal giugno dell'anno precedente e solo per ragioni di salute, non gli era riuscito di fare.
E ancora dieci giorni dopo, nella notte tra il 28 e il 29 dicembre la moglie adorata, improvvisamente, lasciò per sempre questa terra: la sua ultima invocazione alle figlie disperate fu: "Vi raccomando Mario!" e spirò ... la Madonna l'aveva esaudita.

Un "duo" de tendresse en déciderà
comme à l'Opéra...

Marivaux

Ll'ultimo cunfietto

— Ma tu si' 'a sposa! E 'a sposa è nata cosa
ll'aggio turnato a di' —: si 'a vita è brutta,
'a fa culor de rosa.

È 'a cumpagna 'e viaggio, 'e nu viaggio
ca dura ll'anne sane, addò ca attuorno
pare ca è sempe maggio!

Passano ll'anne, e 'o core nun 'o vvede:
so' diete, vinte, trenta, quarant'anne?
Ma 'o core nun 'o ccrede!

E, si 'a Morte vo' fa' na bella cosa,
se piglia a tutt' 'e dduje, ca so' rimaste
ancora "sposo" e "sposa"!

Sei mesi dalla dipartita di Adelina, e precisamente il 24 giugno del 1961, alle ore 15,30 del pomeriggio, l'adorato sposo, il "suo Mario" che Lei aveva tanto raccomandato alle figlie disperate la raggiungeva nell'eterna Patria del Cielo; per gli imprescrutabili segni del destino Giovanni Gaeta morì nel giorno del suo onomastico, nel 47° anniversario della vittoriosa battaglia del Piave e, così, come se l'era augurato nel 15° confetto della sua ideale bomboniera...

E, si 'a Morte vo' fa' na bella cosa,
se piglia a tutt' 'e dduje, ca so' rimaste
ancora "sposo" e "sposa"!

E così fu!

Figlie
(Raffaele)

...Bella è 'a mugliera ca mm'aggiu pigliata.
Ma, chisà comme, addeventanno mamma,
cchiù bella è addeventata! ...

... Che catena so' 'e figlie! Poche juorne
luntano 'a lloro nun resiste: è 'o sango
ca t'attira, e tu tuorne! .. .

... Po' vene 'Ammore... So' crisciute, e comme!
So' crisciute, e 'a famiglia pure cresce:
ati fface, ati nomme...

... E succede accussì — pare nu suonno,
nun pare verità — ca, ditto nfatto,
piglie e addiviénte nonno...

Qui l'editore ha voluto che ricostruissi la storia della mia famiglia in quattro generazioni che da Pellezzano, fiorente e felice cittadina del salernitano, venne a Napoli per poi ritornare alle origini.

Pellezzano (Salerno) - Napoli e ritorno alle origini.
Storia di quattro generazioni

Tra Pellezzano e Napoli, per imprescrutabili segni del destino, nella storia della nostra famiglia c'è stato una specie di gemellaggio, una .predestinazione secolare, di attrazione magnetica, un iter lungo e complesso di "andata e ritorno", stimolato da eventi imprevedibili, con un punto di partenza salernitano, una emigrazione a Napoli e, dopo un sessantennio, un ritorno alle origini.
La vicenda si svolge inizialmente tra Pellezzano e Mercato San Severino (due comuni salernitani) e, approssimativamente, intorno alla prima metà del 19° secolo.
Tutto nasce da una tenera storia d'amore tra Michele Gaeta e Maria Della Monica, che, per la prima volta s'incontrano durante una passeggiata domenicale, vicino a una fontanella e s'innamorano; e benché giovanissimi entrambi, giurano che non si lasceranno mai.
Ma i loro propositi vengono contrastati dalle rispettive famiglie, che, ognuna per conto proprio, destinano i loro figli ad altre persone. Dopo vent'anni essi si ritrovano entrambi vedovi e senza figli: l'amore che li aveva legati tanti anni prima si riaccende, e, finalmente si uniscono in matrimonio il 10 novembre 1874 nella chiesa parrocchiale di Pellezzano: le nozze sono benedette dal Parroco Domenico Fumo (protocollo n° 422). Queste felici nozze danno alla ormai anziana coppia la gioia di una insperata figliolanza: Agata, Anna e Francesco: però sorgono le prime preoccupazioni finanziarie, in quanto la modesta rendita di quei pochi poderetti di proprietà, dai quali la famiglia Gaeta trae sostentamento, diventa insufficiente: i bambini crescono, dovranno andare a scuola, ci saranno spese di libri e di vestiario: come fare? Ed ecco che i due anziani genitori decidono di vendere i loro poderetti e di "emigrare" a Napoli, e in questa città dove si sono trasferiti, in un quartiere povero della periferia, alla sezione Vicaria, in Vico Tutti i Santi 66, comprano tre stanzette a un primo piano e due terranei a livello stradale con lo scopo di aprire al pubblico una merceria e una bottega di barbiere, "inventandosi" due mestieri: lei merciaia e lui barbiere, per guadagnarsi, per amore dei figli, quel tanto da vivere.
Ed a Napoli, il 5 maggio 1884 nasce da questa coppia un quarto figlio: Giovanni. Con loro vive un fratello di Michele, zio Agostino, che ha seguito anche lui questa famiglia, emigrando da Pellezzano a Napoli: analfabeta, malaticcio, ma d'indole buona e paziente, aiuta il fratello e la cognata facendo da "balia" ai nipoti, che intanto crescono e vanno a scuola, e specialmente al piccolo Giovannino, che un giorno, quando diventerà un poeta e musicista famoso, lo ricorderà con una delle più belle e commoventi poesie che il suo estro di artista saprà suggerirgli.
Di questi quattro figli, Agata e Giovanni mostrano evidenti segni di una straordinaria intelligenza, anzi è proprio lei che fàrà da maestrina al fratellino, che, con grande soddisfazione comincia a leggere, a scrivere e "a far di conti". Agata si diploma alle scuole normali, e frequenta amicizie di studenti seri ed impegnati, tra cui il giovane Enrico De Nicola che da Torre del Greco è venuto a Napoli per laurearsi in giurisprudenza (e che nel 1946 diventerà il capo provvisorio della Repubblica italiana, ovvero il 1° presidente).
I due giovani si stimano entrambi ed anzi il neo laureato consiglia ad Agata di proseguire gli studi all'università e di laurearsi. Ma i genitori di lei si oppongono, perché, a parte la loro impossibilità economica a mantenere la loro figlia agli studi, considerano scandalosa questa proposta: infatti, riferendosi al tempo di questa storia, le donne dovevano rimanere analfabete, altrimenti, a un primo richiamo di un sentimento amoroso, sarebbero state in grado, di nascosto dei genitori, di scrivere lettere d'amore ai loro spasimanti, creando uno scambio di corrispondenza sconveniente contro i castigati costumi dell'epoca.
Giovannino, crescendo, spesso si reca con i genitori a Pellezzano: questa località lo attrae in maniera particolare, sia per l'aria fresca della montagna, sia per l'odore pungente delle fascine scoppiettanti e delle stalle; si sente affascinato, specialmente in primavera, dal canto degli uccelli, dallo stormire delle foglie degli alberi secolari e il suo estro gli suggerisce bellissime poesie dedicate alla terra natale dei suoi genitori. Diventato adulto e famoso Giovannino, che nel
1904, per la sua attività artistica si sceglie uno pseudonimo un po' particolare: E.A. Mario, continuerà sempre a tener contatti con Pellezzano e Mercato San Severino, dove avrà la cittadinanza onoraria nel 1957, con cerimonia svoltasi sull'Eremo Italico, dove ha sede l'Accademia di Paestum, fondata dal Prof. Carmine Manzi.
E.A. Mario il 21 novembre
1919 sposa a Napoli Adelina ed avrà tre figlie:
Bruna, 10 settembre
1920,
Delia, 22 agosto 1922,
Italia, 27 luglio 1924.
Con la moglie e con le figliolette spesso si reca a Pellezzano per la festa di Sant'Anna (denominata dal popolo "Vecchia putente"), e questa località diventa familiare a tutta la famiglia di Giovanni Gaeta.
Intanto, col passare del tempo, circolano voci che E.A. Mario non sia nato a Napoli, ma a Pellezzano; voci che vengono smentite amorevolmente dall'interessato che decide, con un vivace sonetto di dichiarare che è nato a Napoli.

Atto 'e nascita

Chi 'o vvo' sapé, 'o ssapesse: i' songo nato
l'anno milleottucientuttantaquatto,
'e cinche 'e maggio, 'o juorno doppo 'o sfratto.
E perciò campo sempe spatriato...

Dinto a na casa nun ce so' restato
maje cchiù 'e duje annex e si accussì so' fatto
nun truvarraggio 'o stesso pizzo adatto
quanno sarraggio muorto e sutterrato.

Ma, pe' fa' Tatto 'e nascita cumpleto,
aggi' 'a di' chiaro e tunno a tutte quante:
"So' nato a' Vecaria, nun già a Tuleto.

E pe' mme fa'... no chiù 'e duje genitore:
na mamma troppo semplice e gnurante:
nu pate troppo onesto e buono 'e core..."

La vita di E.A. Mario è ricca di eventi prestigiosi, ma anche piena di amarezze: il suo carattere aperto, sincero, la sua innata generosità verso gli altri, la sua prorompente personalità artistica, proiettata in una molteplicità di interessi culturali e privilegiata da una solare intelligenza, gli provoca invidie e sfruttatori di ogni genere, specie nel campo artistico, e qui se ne fa solo un accenno.
Non essendo uno speculatore, un traffichino, un disonesto, non avrà mai una vita agiata, un'esistenza economicamente senza problemi, non avrà mai una casa di proprietà. Ma il suo nome vivrà in eterno per il bene che ha fatto a tanta gente, senza mai chiedere! Ed è lui che rappresenta la seconda generazione della famiglia Gaeta. Non avendo avuto figli maschi, la terza generazione cambia cognome, ma fortunatamente conserva la sostanza onesta del ceppo.
10 giugno 1940: scoppia la seconda guerra mondiale. La primogenita Bruna nel marzo si è impiegata ai Telefoni dello Stato, che diventa obiettivo militare con lo scoppio delle ostilità: cominciano i primi allarmi, le prime incursioni inglesi, i primi rifugi in ricoveri di fortuna.
Oscuramento, tessere annonarie, con tutto quel che segue. Man mano che passano i mesi la guerra si rincrudisce sempre più, con danni agli edifici e alle persone. Nonostante tutto questo scompiglio, la vita della quotidianità civile continua alla men peggio e l'8 aprile 1942 Bruna Gaeta sposa Stefano Catalano: ha lasciato il pericoloso impiego e si prepara, come simbolo della 3a generazione della famiglia, ad esser moglie ed eventualmente madre: purtroppo con l'intervento degli Stati Uniti d'America nel conflitto, i bombardamenti aerei sulle città assumono aspetti di una ferocia assassina sempre in crescendo, e quando Bruna nel luglio si accorge di esser in dolce attesa della sua prima maternità, tutta la famiglia apprende la notizia coinvolta da un contrasto di gioia e di terrore: molta gente già si è allontanata dalla città, rifugiandosi in paesini sperduti, in zone distanti da obiettivi militari... Che fare? Dove andare?
La fulminea decisione di allontanarsi da Napoli viene presa nella serata dell' 11 dicembre del '42, quando, dopo un'ennesima incursione aerea americana, che mette in ginocchio l'intera popolazione, giunge alla casa di E.A. Mario una telefonata, disturbata da continue interruzioni, in cui, dalla voce di un figlio della vittima, si apprende che la sorella Anna era deceduta, trapassata da parte a parte, dalla stanga di un carretto, che per lo spostamento d'aria a causa di una bomba caduta poco distante, aveva sfondato una porta di un improvvisato ricovero, dietro la quale stava appoggiata la povera sventurata, uccidendola all'istante.
"Andiamo a Pellezzano, non c'è più tempo da perdere! ". Caricate con un mezzo di fortuna le poche masserizie prese alla rinfusa, tra un silenzioso, terrificante sgomento, di cui le uniche parole sono espresse dagli sguardi impietriti, dagli occhi senza lacrime, e via! Si ritorna verso la terra dei loro progenitori, verso un rifugio per le proprie esistenze in pericolo, ma, forse ancor più, per salvare una vita in embrione che deve esser protetta, perché, — per volere del destino — dovrà veder la luce nella terra dei suoi bisnonni e tornare alle origini, congiungendo simbolicamente ad anello la 4' generazione alla prima: 1'11 marzo 1943 nasce a Pellezzano Raffaele Catalano, pronipote di Michele Gaeta e Maria Della Monica, primo nipote di nonno Mario e primogenito di Bruna Gaeta e Stefano Catalano.
Quattro mesi dopo, precisamente il 25 luglio, data storicamente fatale per l'arresto di Benito Mussolini e la caduta del fascismo, la famiglia di E.A. Mario, compreso il piccolo Raffaele Catalano, completamente all'oscuro di tutto, rientra a Napoli che vive quelle ore in pieno caos...
Raffaele Catalano, a diciotto anni, in una raccolta di poesie giovanili, così parlò di Pellezzano: "Terra natale"

Nacqui per caso
Terra silenziosa,
Tra i tuoi rovi di pietra.
E vivo lontano dal tuo grembo
Bruciato dal sole;
Ma tu sei la patria
Dell'anima mia
Perché sei come me:
Arida e triste
Ma solatia.

Ancora nella sua raccolta "Appunti dell'anima" ricordò quando bambino si stringeva a loro in quella "Vecchia casa"

Ti ho vista, vecchia casa, di sfuggita
Straniero, adesso che appartieni ad altri.
Non mi ero ancora accorto che quel tempo
E' davvero finito.
Tra i tuoi muri son passati ieri
Quelli che oggi sono ombre vane
Chiuse, ciascuna, nelle nostre menti.
Tra i tuoi muri son passato anch'io
Quando, bambino, mi stringevo a loro.
E come loro anche quell'immagine di me
E' ormai ombra vana.

Per la cronaca, dal settembre del 1977 a tutto il 1986 Raffaele Catalano svolse la sua attività di Professore nella scuola italiana di New York, proseguendo per altri cinque anni, la stessa attività nella scuola degli italiani a Barcellona. Dopo tre anni di attivita in Italia, vinse un concorso in tre aree linguistiche scegliendo Buenos Aires, dove nella scuola italiana svolse la sua attività di Professore delle Scienze umane e Storia, nominato Responsabile per l'Italia del progetto unificato per l'insegnamento della Storia europea perché diplomato in inglese, francese, spagnolo, portoghese (e a breve tedesco), il cui settennato terminò nel 2001.
Raffaele Catalano inviò da Buenos Aires il seguente telegramma alla Prof.ssa Eva. Longo Sindaco di Pellezzano in segno di gratitudine:

GENT.MA SIGNORA EVA LONGO
SINDACO DI PELLEZZANO

GENTILE SINDACO
RINGRAZIO LEI ED I CONCITTADINI DI PELLEZZANO PER L'AFFETTO DIMOSTRATO A MIA MADRE IN OCCASIONE DEL SUO OTTANTESIMO COMPLEANNO.
SPERO DI TORNARE PRESTO A PERCORRERE I SENTIERI DOVE,' ALL'OMBRA DI ALBERI SECOLARI, ANTICHE FONTANE SUGGERISCONO, GENERAZIONE DOPO GENERAZIONE DISCORSI DI AMORE E DI SPERANZA.

RAFFAELE CATALANO

BUENOS AIRES, 8 SETTEMBRE 2000

tornato definitivamente in Italia, attualmente insegna nel Liceo Statale "Landi" di Velletri.
Il Comune di Pellezzano, in data 12 gennaio 2001, a testimoniare i legami e l'affetto verso la famiglia Gaeta concesse a Bruna Catalano Gaeta la cittadinanza onoraria che di seguito riportiamo.
Non posso chiudere questo mio intervento senza ringraziare il Sindaco Prof.ssa Eva Longo e tutta l'Amministrazione del Comune per la loro disponibilità; per cui questo lavoro si onora del Patrocinio di questa terra alla famiglia Gaeta tanto cara.

BRUNA CATALANO GAETA

Napoli, agosto 2004.


Michele Gaeta e Maria Monica sposarono in Pellezzano (Salerno) il 10 novembre 1874

  

1 "Il Piave": Soc. ed. Il Mulino, Bologna. Queste ricerche sono state fatte dallo scrittore nelle Biblioteche etc. senza coinvolgermi poiché non ci conoscevamo.
2 "Il Piave": Soc. ed. Il Mulino, Bologna, p. 70.
3
"Il Piave", già citato.
4 Cupendiello: vezzeggiativo di Cupido.
5
fucétola: beccafico; è una forma proverbiale tutto il verso e significa fare un doppio colpo in una sola volta.
6 Caflish: rinomato "Caffè" napoletano con annessa pasticcerie.


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